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La rivoluzione dei disabili

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La storia di molte persone con disabilità comincia con mancati interventi nei primissimi mesi e anni di vita. Si osserva, si nota, si teme, e non s’interviene. I problemi che loro accumulano, a livello fisico o psichico o intellettivo, sembrano solo la conseguenza della cosiddetta menomazione, e non si comprende che spesso con tanti ingiustificati ritardi si mette un vero e proprio handicap sulla loro strada.

In nome dell’abusato e discutibile concetto di normalità, spesso queste persone sono abbandonate. Arrivano a scuola già segnate, isolate, differenziate. Sono condannate alla diversità; si ergono nei loro confronti barriere ancora più temibili di quelle architettoniche. Non si programma e non si pianifica per loro se non tentativi di riportarle alla “normalità”. Senza convinzione. E così non ci stupiamo che quasi nessuno riesca a “recuperare”. Anche quando si spende per loro e per la loro integrazione, spesso lo si fa come atto dovuto o per mettersi a posto con la coscienza, ma rimanendo del tutto scettici su possibili risultati positivi. Quanti di loro che fanno l’esame di maturità sono destinati al diploma: pochissimi. Per tutti gli altri c’è l’attestato, un pietoso surrogato. L’uguaglianza la dichiariamo, ma troppo spesso non la pratichiamo.

Alle persone con disabilità destiniamo risorse; ma i mancati risultati dipendono da loro o dalla Natura, pensiamo dentro di noi. Una volta i disabili erano un peso di cui liberarsi, oggi sono un peso di cui farci carico, ma sempre un peso. È questo l’atteggiamento culturale più diffuso. Di peggio c’è solo chi riesce a lucrare sulla loro pelle: qualche volta, per via dei sussidi, ne approfittano cinici familiari o avidi enti di Terzo Settore. Ma famiglie e associazioni, di norma, sono gli unici luoghi in cui le persone con disabilità sono vissute e trattate come persone uguali alle altre.

A proposito di associazioni, il mondo delle persone con disabilità è abbastanza ben organizzato, direttamente loro o quelli che li tutelano e li rappresentano. Un mondo articolato, con posizioni e visioni spesso molto diverse. Semplificando forse un po’ troppo, si potrebbe dire che ci sono due posizioni classiche: quella di chi si ferma a rivendicazioni soprattutto di tipo personale, a strumenti, sussidi e assistenza, di chi al massimo bada alle politiche di settore; e quella di chi va oltre, di chi fa rivendicazioni più politiche, rispetto alla qualità della vita, ma anche al diritto di cittadinanza e al suo esercizio. Sono due posizioni rispettabilissime.

Il destino individuale da cui con qualche difficoltà cerchiamo di astrarci quando facciamo politica, rimane ben presente e concreto per le persone con disabilità. Un marciapiede ostruito da tavoli sedie e gazebo, pensiline bancarelle segnali stradali, che ci costringe a scendere sulla strada per superare l’ostacolo, blocca una persona in carrozzella e la costringe a tornare indietro. Un wc non attrezzato impedisce a tanti disabili la possibilità di andare in bagno in quel luogo. E chi potrà capire i genitori che vivono il disagio dei figli disabili a scuola senza l’assistente materiale, o che si disperano pensando al destino dei figli gravemente disabili quando loro non ci saranno più (lo chiamano il “dopo di noi”).

Ma ci sono tante persone con disabilità che non si rassegnano ad essere considerate diverse, a essere solo assistite; che rivendicano un’uguaglianza effettiva, le stesse opportunità per tutti i cittadini. Ci sono tanti genitori e tutori di ragazzi con disabilità che a scuola non vogliono solo integrazione, ma crescita umana e culturale. Persone con disabilità che vogliono un lavoro che le renda autonome; che vogliono partecipare alle grandi battaglie culturali e ideali. E che anche nel mondo associativo del Terzo Settore non vogliono stare nel recinto della loro specificità che le isola e le rende soli; anche nei tavoli istituzionali gli sta stretto rappresentare in esclusiva il mondo della disabilità. Insomma sono convinti che la rivoluzione culturale che sognano li deve vedere protagonisti insieme a tutti i cittadini attivi. Le due posizioni non sono in antitesi, anzi si completano e si rafforzano reciprocamente. La scelta dipende da loro, ma anche da noi.