sabato, Marzo 7, 2026
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“La Pompeiana” di Federico Maldarelli: “la morbidezza della vita e la religione del senso”

Giovanni Camerana venne affascinato dal quadro e vi trovò la morbidezza e la religione indicate nel titolo. Il dipinto, di cui qui parliamo, venne presentato al pubblico alla Promotrice di Napoli del 1871: era la “seconda versione” del quadro “Una stanza da letto pompeiana” che Maldarelli aveva presentato l’anno prima alla Esposizione Nazionale di Parma, e che era stato “commentato” dal Camerana. Questa seconda versione è un olio su tela (cm. 49 x 73) e porta, in basso a sinistra, firma e data.

 

Ovviamente non ci dobbiamo meravigliare se i pittori fanno copie fedeli (o infedeli solo in qualche particolare marginale) dei loro quadri più importanti e più famosi: lo vuole il mercato dell’arte, e sarebbe interessante parlare dell’influenza che hanno esercitato sulla storia della pittura e sul destino di alcuni “movimenti” i mercanti Durand- Ruel e Vollard. Per tutto l’Ottocento i mercanti dell’arte e i “turisti” chiedevano a gran voce oli, acquerelli e tempere che avessero come soggetto i luoghi di Napoli, le scene della vita napoletana e immagini e figure dell’antica Pompei. E Federico Maldarelli, pittore napoletano (1826 – 1893), non si sottrasse alle sollecitazioni di una tendenza che era stata avviata dai più importanti pittori della “Scuola di Posillipo”.

In un primo momento egli seguì le indicazioni del padre Gennaro, che era un affermato pittore “devozionale”, ma in seguito le lezioni di Costanzo Angelini, suo maestro all’Accademia di Napoli, e l’ammirazione per Domenico Morelli lo spinsero a dedicarsi alla rappresentazione di soggetti “pompeiani” “sulla scia del “Bagno pompeiano” di Morelli, con uno spirito rigoroso di ricostruzione storica negli ambienti, il mobilio, i costumi. Il loro successo fu la ragione della replica di alcuni di essi, come appunto “Una stanza da letto pompeiana” (Anna Maria Damigella). All’ Esposizione Nazionale di Napoli del 1877 Maldarelli presentò ancora una volta opere di soggetto “pompeiano”, l’ “Episodio dell’ultimo giorno di Pompei” e la “Vestale sepolta viva”: Giovanni Costa, pittore, critico d’arte, protagonista della lotta per unificare l’Italia pubblicò un amaro commento, in cui esortava Maldarelli ad abbandonare per sempre “quella Pompei in cui sonnecchia la vostra pittura” e a dedicarsi a soggetti tratti “dai nostri tempi”, adatti anche essi a dare l’esatta misura della raffinatezza delle sue “virtù pittoriche”.

Ma Giovanni Camerana confermò anche per la versione del 1871 ciò che aveva scritto per il quadro del 1870: soave come i versi di Tibullo, nella sua intima poesia l’antichità elegante, l’antichità raffinata nella morbidezza della vita, impareggiabile nella religione del senso, nell’apoteosi della materia”. Personaggio notevole, questo Camerana: fu pittore, critico d’arte e poeta, ma in vita non pubblicò i suoi versi, perché fu anche magistrato: e gli parve scorretto che un magistrato  si presentasse all’opinione pubblica anche come poeta. Altri tempi. Le parole di Camerana illustrano con sapienza le qualità del quadro: la precisione del disegno, in cui è manifesta la lezione di Domenico Morelli, la capacità del pittore di variare il movimento del pennello per rendere la levigata compattezza del bianco tessuto che avvolge il corpo della donna , le pieghe, le ombre, le luci e i toni cromatici dei panni azzurri che coprono una parte del letto e “scendono” verso lo sguardo dell’osservatore in tre diverse direzioni, e, infine, il tenue viola del materasso.

Il blu e il viola “si confrontano” con il rosso “pompeiano” delle pareti e costruiscono, all’interno della stanza, una luminosità pacata, adatta a sottolineare le sfumature di ocra e di giallo di cui il pittore si è servito per rendere il volto, il braccio e i piedi della donna. Fondamentale è la funzione del braccio destro: esprime visibilmente la serenità della donna e ci indica il punto di ingresso per la lettura dell’opera. Il mobile sulla destra e il disegno del pavimento e delle figure che lo adornano creano “storia”, ricordano reperti pompeiani, e aprono lo spazio verso lo spettatore: è la struttura di una “scena”, secondo la lezione di Domenico Morelli.

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