La proprietaria diretta era la Cappella del SS. Sacramento della Chiesa di San Domenico. I registri “amministrativi” delle masserie vesuviane gestite dagli ordini religiosi contengono notizie importanti per chi voglia ricostruire, anche negli aspetti poco rispettosi della legge, il sistema economico e sociale del territorio ai piedi del vulcano tra il ‘600 e il ‘700. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Enrico Coleman.
Tra il 1635 e il 1645 la “Molignana” vendette ogni anno non meno di 6000 litri di “vino bianco” e di “vino greco”: 3000 litri li comprava il “mercante” Giovanni Donato che controllava, con ogni mezzo, l’attività delle “cantine e ostarie (sic)” lungo la strada che da Nola portava a Sarno. Nel 1646 la Masseria versò alla Cappella del SS. Sacramento 216 ducati per 25 botti di “lagrima”, vendute a un prezzo inferiore a quello di mercato, “essendo che ve ne erano molte difettose”: ma su questi “difetti” non vi erano altre notizie. Aveva comprato le 25 botti l’ottajanese Agnolo Spizuoco, che era amico del Donato e “lavorava” nel mercato della “salsume”, cioè dei prodotti salati per la conservazione: aringhe, sarde e baccalà. La Masseria garantiva la consegna a domicilio, grazie a un collaudato servizio di carri tirati dai bovi e dai “ciucciarielli”, che venivano dati a nolo anche ad altri proprietari, e non solo per il trasporto delle botti. Tre “viaggi” di vino da Ottajano ad Afragola costavano quasi 6 ducati, 10 ducati due “viaggi” di “lacrima” da Ottajano a Santa Maria di Capua, 7 ducati 3 “viaggi” di sacchi di grano fino ad Acerra: pare naturale sospettare che i carri della “Molignana”, già noti ai “daziari”, godessero di controlli non troppo severi anche quando trasportavano la merce di altri proprietari. Tra il 1765 e il 1770 i frati “villici” della “Molignana” indicarono nell’elenco delle “uscite” 8 carlini per due libbre di cioccolato regalato al “solito impiegato del Banco che ha sbrigato il cambio di due polizzette versate al Convento dal principe di Belmonte; 10 grana di mancia a sbirri dell’Arrendamento del tabacco per liberarci al solito della molestia della visita”. Erano necessari 3 ducati per ammorbidire il “sanzaro del vino”.
I frati “villici” tengono sempre ben fornita la loro dispensa. Nel 1697 essi spendono 21 carlini per 10 rotoli di carne di bufala, acquistati a Palma e portati a Ottajano dal “carro di bovi” che tornava da un “viaggio” a Lauro. Quattro rotoli (poco più di 3 Kg) di carne vaccina, forniti da un macellaio ottajanese, costano 32 grana (conviene ricordare che un ducato è composto da 100 grana); per un “quatro di fave” si spendono 25 grana e 15 grana per “due misure di ciceri”. Fave e ceci sono indispensabili per la “tavola della penitenza”, che richiede anche il pesce. Purtroppo: perché 2 rotoli (1kg e mezzo) di anguille salate costano 43 grana, più di 4 giornate di lavoro di una donna: per fortuna, 4 rotoli di “tonnine e salacche” si comprano con 26 grana e per 3 rotoli di baccalà si spendono 30 grana. I pesci salati vengono forniti da due bottegai, uno di Ottajano, l’altro di Striano. I 4 rotoli di “maccaroni et vermicelli” il frate dispensiere li acquista a Ottajano, presso la “poteca” del Ranieri, “sita a San Giovanni”, e li paga 30 grana (è il costo di tre giornate lavorative di una donna). Dal 1750 i frati “villici” inviano fiaschi pieni di “vin cotto” ai frati del Convento di San Domenico. Nel 1770 nota il responsabile del registro della Molignana che don Peppe Baldi, “pittore della Macchina delle 40 ore, nonché regista della Rappresentazione”, “riceve un solo fiasco di vin cotto ed ogni anno dice aver avuto la disgrazia che si è rotto, appena giunto a casa, e pretende l’altro, che ha fortuna di non rompersi”.



