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La Fiat costringe a casa 5 operai Cobas pagandoli 1800 euro al mese. E loro scrivono a Mattarella: «Dignità ferita: fateci lavorare»

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Reintegrati dal giudice dopo il licenziamento ma tenuti a casa dalla Fiat a stipendio “pieno”, da un anno e mezzo. Intanto loro hanno scritto una lettera: «A Natale ridateci la dignità: rinunciamo al salario pieno, ma fateci lavorare». La missiva sarà consegnata nel giorno della Befana al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dai cinque operai della Fiat di Pomigliano che l’azienda non vuole avere in fabbrica. Sono dipendenti in organico e stanno ricevendo uno stipendio “pieno” di 1800 euro al mese dal giugno 2016. Ma in tutto questo frattempo nello stabilimento non hanno mai messo piede. Non lavorano. La Fiat con una lettera li ha dispensati dalla prestazione lavorativa, ufficialmente per motivi “tecnico-organizzativi”. In pratica l’azienda non saprebbe dove mettere cinque lavoratori in due stabilimenti, quello di Pomigliano e il logistico di Nola, che ne contano complessivamente 4700. Si tratta di un gruppetto di operai della Fiat di Pomigliano e del Wcl Fiat di Nola licenziati dall’azienda tre anni fa per aver esposto un fantoccio di Marchionne appeso a un patibolo, poco dopo il suicidio di una lavoratrice cassintegrata, Maria Baratto, morta a 42 anni. Poi però nell’estate del 2016 il tribunale d’Appello di Napoli ha annullato i licenziamenti adducendo la motivazione della “libertà di opinione” e disponendo il reintegro dei lavoratori. Ma la Fiat non ne vuole sapere. Preferisce tenere i reintegrati a stipendio pieno ma a casa loro, con un salario non soggetto alla cassa integrazione che sta flagellando gli stabilimenti del gruppo automobilistico. Intanto Mimmo Mignano, di Somma Vesuviana, Marco Cusano, di Napoli, Antonio Montella, di Torre del Greco, Roberto Fabbricatore, di Angri, e Massimo Napolitano, di Acerra, tutti oltre i 50 anni e tutti sposati con prole, hanno scritto una lettera al presidente Mattarella. « Rinunciamo al salario pieno per avere quello falcidiato dai contratti di solidarietà ma chiediamo di tornare in fabbrica: a Natale restituiteci la dignità. E’ assurdo che ci paghino 1800 euro al mese quando chi lavora ne percepisce 1300. Vogliamo lavorare » “. Gli operai sono attivisti del sindacato di base Si Cobas. Mignano in passato è stato licenziato più volte. Anche Marco Cusano. « Voi pensate – racconta Cusano – che sia bello restare a casa senza lavorare per anni anche se pagati ? Non è così: per superare questo momento io sono in terapia psicologica ». Mimmo ieri, davanti al cancello della Fiat di Pomigliano, ha mostrato una sua busta paga: quasi 1800 euro netti. « Sono disposto a essere pagato come tutti gli altri: 1300 euro. Però voglio rientrare: mi vogliono annullare non solo in quanto operaio e sindacalista ma anche come persona ».

 

a busta paga di Mignano
la busta paga di Mignano
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