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La festa romana dei Saturnali e l’illusione “carnevalesca” del mondo che si trasforma nel “Paese di Cuccagna”.

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Ci sono alla base del Carnevale i segni del mito del “mondo a rovescio” che si ritrovano sia nella leggenda del “Paese di Cuccagna” che nella festa romana dei Saturnali, in cui erano concessi agli schiavi la libertà di dire quello che pensavano dei padroni e il privilegio di farsi servire da loro a tavola. Il liberto Davo rinfaccia a Orazio la sua ipocrisia. Il  rito dei doni distribuiti dai ricchi ai loro “clienti”.

 

C’erano ancora, nel Carnevale di un recente passato, le tracce di un sogno e di una illusione: il sogno dell’eterna “cuccagna”, dove, come prometteva un testo francese del sec. XIII, “più si dorme e più si guadagna, e i muri di tutte le case sono fatti di spigole, di aringhe e di salmoni, e di prosciutti i tetti”; l’illusione che il mondo che ci angustia e ci opprime si possa un giorno capovolgere, e, come sognava l’autore di un testo tedesco del 1500, il contadino indossi gli abiti del signore, e il signore vada all’alba nei campi a lavorare con la zappa e l’aratro. Gli abiti e le maschere del Carnevale avevano la funzione di cancellare per un giorno identità e ruolo sociale, e confondere gli spazi e i tempi della storia. In quel giorno i potenti permettevano a chi potente non era di inscenare una giocosa rivolta contro l’ordine costituito, di celebrare, con l’albero della cuccagna e con i carri, un rito di scongiuro contro la fame e la miseria, di salutare l’arrivo imminente della primavera. Il vorticoso processo di trasformazione del sistema sociale lascia al Carnevale di oggi solo la dimensione del gioco, di un gioco che incomincia a essere inquinato dall’eccesso, poiché l’eccesso serve a far rumore sui “social”: un ragazzo si “veste” da boss di Gomorra, ma, come esce in strada, si accorge che altri ragazzi hanno avuto la stessa sua idea e hanno comprato un abito uguale al suo; un altro ragazzo, invece, i suoi genitori l’hanno “vestito” da malato, e lui, assorto e compunto, si tira dietro l’asta con la busta piena di farmaci per il “lavaggio”.

E’ opinione diffusa che il Carnevale derivi dalla festa dei Saturnali, che era, secondo le fonti esaminate da Scullard e da Weber, la festa più amata dai Romani: per secoli si celebrò il 17 dicembre, Augusto la prolungò fino al 20, e Domiziano fino al 24. La festa prendeva nome da Saturno, il dio dell’età dell’oro, uno dei patroni dell’agricoltura, protettore, in particolare, della semina invernale: ma nessuno sapeva con certezza – lo dichiara Macrobio- quale fosse l’origine dei riti e delle cerimonie che si svolgevano in quei giorni di frenetica “licenza”, in cui era consentito violare le regole e infrangere le norme.  Ritiene lo Scullard che gli eccessi servissero a cancellare la paura del solstizio d’inverno, quando le tenebre della notte arrivano presto e la luce del sole si offusca e si raffredda. E il desiderio di esorcizzare in qualche modo le rivolte “servili” e, contemporaneamente, di ricordare la mitica età dell’oro, l’età della cuccagna che Saturno aveva donato agli uomini, spinse i Romani a concedere agli schiavi e ai liberti la “licenza” di parlare liberamente, in quei giorni, ai loro padroni, di liberare lo stomaco e il fegato dalla bile che vi si era accumulata per un anno intero. E così Orazio è costretto a sorbirsi l’arringa del suo liberto Davo, che gli rinfaccia la sua ipocrisia: “Se nessuno ti invita a pranzo, tu ti dichiari felice di restare a casa e fingi di essere contento di mangiare un piatto di legumi…ma se poco dopo ti arriva l’invito di Mecenate, subito incominci a metterti elegante e sbraiti e vai in bestia, perché non siamo pronti a portarti profumi e creme…Tu corri dietro alla moglie di un altro, io, Davo, mi accontento di una prostituta di basso rango: chi di noi due merita di essere condannato al supplizio della croce?”. E se arriva all’improvviso il marito della signora, Orazio è costretto a nascondersi in una lurida cassa, così piccola che le gambe rattrappite toccano i capelli profumati: che differenza c’è- pontifica il liberto – tra questa umiliazione che tu sopporti per il piacere dell’adulterio, e le frustate che il padrone infligge allo schiavo?

Seneca non sopportava i Saturnali, e lamentandosi, con una forte dose di esagerazione, del fatto che la festa durava ormai tutto l’anno, esortava l’allievo Lucilio ad astenersi dal bere e a essere temperante proprio nei giorni della follia in cui “il popolo si ubriaca fino al vomito” e a molti sembrava naturale cantare e danzare nudi, annerirsi la faccia con la fuliggine e poi lavarsi tuffandosi nell’acqua gelida. Il vino “segnava” i Saturnali: anche agli schiavi che lavoravano nelle masserie e nelle selve lontane dalle città, e che non godevano della “licenza” consentita ai loro colleghi cittadini, veniva distribuita, in onore di Saturno, una doppia razione di vino. Era così grande il fiume di vino che scorreva lungo i banchetti che Marziale chiamò “umidi” quei giorni di festa, in cui poteva capitare che l’imperatore stesso si coprisse il capo con il “pilleo”, il berretto dei liberti e dei plebei rissosi e casinisti, e che gli schiavi sedessero a tavola e i padroni facessero la parte dei camerieri, pronti a riempire i boccali non appena lo ordinasse il “re delle bevute”.

Durante la festa dei Saturnali i ricchi distribuivano doni ai loro “clientes”: spezie, verdure, prosciutti, carni di maiale, ostriche, cofanetti d’avorio, calici di Sorrento, che erano famosi per la loro eleganza, piatti di terracotta di Cuma, tessuti di Canosa, lana bianca di Puglia, che era di prima qualità, mentre da Parma veniva quella di seconda qualità.
Non si può dare torto a Scullard quando sostiene che la festa dei Saturnali influì non solo sul Carnevale, ma anche sul Natale cristiano.