Gli amici dell’ Associazione sono convinti che solo il Bello può dare senso alla nostra vita. Il restauro di una cappella, una cena per la raccolta dei fondi, una serata “densa e lieve” in cui si parla di pittura e di Vesuvio, e, soprattutto, si vede che c’è ancora nel nostro territorio chi crede in un ideale e sa progettare il futuro.
“Il dolore passa, la bellezza resta” (Renoir).
Nell’autunno del 1850 Scipione Volpicella, un erudito di grande nome, si concesse una lunga passeggiata, a dorso di mulo, da Portici a Madonna dell’Arco. Il racconto che egli fece del viaggio è una miniera di notizie e di riflessioni. Ma per ora mi limito a dire che a Pollena egli visitò la “vaga casa” dei Francone e dei Torchiarolo che Nicola Santangelo, potente ministro di Ferdinando II, aveva trasformato in uno splendido museo “dell’antica civiltà pagana e della prisca cristiana”: ma non dice, il turista, da dove provenivano i reperti. A Madonna dell’Arco il Volpicella venne ospitato, nella villa Leporano, dalla principessa Angelica Caterina Jourdan e dal principe Giovanbattista Muscettola “con quella cordiale cortesia, che naturalmente rampolla dall’addottrinato intelletto e dalla raffinata affezione”.
Carlo Augusto Mayer e, alla fine del sec.XIX, Marcellin Pellet, Console della Francia a Napoli, dicono che cortesia, cordialità e sensibilità sono segni distintivi di tutto il popolo di Sant’ Anastasia: è un popolo “civile”, scrive Pellet, ed è l’elogio più intenso che un francese possa fare a una comunità. Questa cura dello stile viene da molte ragioni: il contatto continuo con i forestieri che si recano al Santuario di Madonna dell’Arco, la vocazione commerciale che porta molti anastasiani a frequentare i grandi mercati della provincia napoletana e di Terra di Lavoro, e soprattutto, la positiva influenza dei “signori” di città che già nel ‘700 comprano ville e masserie nel territorio. Il movimento si fa più intenso tra il 1740 e il 1750: Antonio Giaccio, che fa parte della segreteria di Tanucci, compra casa e giardino “nel luogo detto il Ponte” e vi fa costruire un’ampia stalla per i suoi dodici cavalli ( un secolo dopo il giudice Mattiantonio Giaccio condurrà la prima inchiesta sulla banda Barone); Marco Aurelio Carbonelli, barone di Letino, sperimenta l’allevamento del baco da seta in un “podere” di cinque moggia “in luogo detto la Campese”; pesche, ciliegie e uva coltiva Alessandro De Felice in due masserie, una di circa dieci moggia, “denominata lo Caputo”, l’altra, di cinque moggia, “nel luogo detto Villa Felice”.
E nel 1749 Antonio Maria Pessetti, “negoziante nella città di Napoli”, ma “di nazione piemontese”, compra dalla famiglia De Liguoro “una casa palaziata con oratorio pubblico davanti, nella piazza detta di Casa Miranda” e, “sopra il Murillo di Trocchia”, un “territorio arbustato e vitato” di circa nove moggia. Risulta lungo l’elenco dei nobili, dei ricchi borghesi e dei funzionari borbonici e del Regno d’Italia che per tutto l’Ottocento e fino all’eruzione del 1906 lasciano Napoli per lunghi periodi dell’anno e vanno a condurre vita in villa a Sant’ Anastasia: lo stesso Francesco Caracciolo di Torchiarolo che nel 1877 fonda a Pollena l’azienda vinicola “ Chateau de la Vigne”, tiene casa e uffici di rappresentanza nel Comune confinante, “alla Zazzera”.
La ricchezza e il gusto della città vengono rivelati dai testamenti e dai verbali di polizia: nel 1861 i ladri saccheggiano “a Capodivilla” “la casina” di Agostino Sergio, che ha investito cospicui capitali nell’industria del cuoio, e fanno bottino anche di “sei dozzine di piatti di cretaglia inglese di prima qualità a disegno cinese, fondo bianco con rosoni rossi e giro graticolato nero della fabbrica di New Stone, e cioè 24 da zuppa, 18 da salvietti, 18 per frutta, 12 per dessert”. Poche settimane dopo i briganti della banda Barone portano via dalla casa dell’oste Salvatore Russo tutti i gioielli della moglie, e tra questi, “un paio di fioccagli alla mercantile di perle che valevano 50 ducati, 4 laccetti d’oro a mezza maglia, del valore di 88 ducati e 16 anelli tutti d’oro e di varia forma (32 ducati).”.
Giornali e cronache ci dicono che la “vita in villa” che nobili e borghesi conducono nelle masserie di Sant’ Anastasia non ha nulla da invidiare, per lusso, eleganza e festosa originalità, a quella che si svolge nelle ville del Miglio d’Oro. Era naturale che alcuni anastasiani, convinti che senza il Bello la vita diventa angusta, fondassero un’associazione destinata a “seminare bellezza sicura” e la battezzassero “la via della Bellezza”. Da poco l’Associazione, avendo progettato di restaurare la cappella della Congrega in Piazza Trivio e di farne un’officina di giovani talenti, ha promosso una campagna di crowdfunding per la raccolta dei fondi necessari. Nell’ambito di questa campagna una settimana fa il dott. Massimo Maione e la moglie, avv. Maria Masi, hanno organizzato in casa loro una cena per gli amici. C’erano, tra gli altri, Emilio Donnarumma, che è presidente dell’Associazione, Domenico Ceriello e Antonietta De Simone, Antonio Casillo e Annetta Maiello, Paolo Liguoro e Valeria Rea, e l’archeologo prof. De Simone. Tra un assaggio e l’altro, abbiamo parlato di alcuni pittori dell’Ottocento che nei loro quadri hanno raffigurato il Vesuvio “inquadrato” dal Vesuviano interno, visto come la Montagna incombente, misteriosa, minacciosa, mirabile.
E’ stata una serata densa e lieve: “ densa e lieve è la Bellezza” diceva Monet. Si vedeva e si “sentiva” che tutti i presenti erano, “per la loro raffinata affezione”, consapevoli di quanto fosse importante l’obiettivo che l’Associazione si propone, e garantivano il loro sostegno: lo garantivano senza proclami e senza dar fiato alle trombe. Con elegante discrezione. In questo nostro territorio esistono ancora alcuni valori: la cura dello stile, l’amicizia, il culto del Bello, la capacità di progettare il futuro.
E’ stata una bella serata: una di quelle che alimentano il calore della fiducia.





