Il 15, 16 e 17 maggio i ragazzi dell’I.C. “D’Aosta” hanno incominciato a realizzare il progetto “Piedibus”, recandosi a scuola e poi ritornando a casa, alla fine delle lezioni, in una “carovana” che ha fatto, a piedi, il percorso. Gli obiettivi del progetto, il ritorno della “moda” e del costume del camminare, le riflessioni della filosofia ermeneutica sulla complessa struttura del “vedere”. Nei progetti dell’I.C. “D’ Aosta” gli alunni sono i veri protagonisti dell’attività.
“L’occhio vede solo ciò che la mente è preparata a comprendere” (H.Bergson)
E così i ragazzi dell’I.C. “D’Aosta” di Ottaviano non solo sperimentano i valori della democrazia e della rappresentanza attraverso i Consigli di Cooperazione, ma scoprono anche la bellezza del camminare per strada, in gruppo, grazie al progetto “Piedibus”. I ragazzi dell’istituto ottavianese imparano ad essere protagonisti di attività concrete, e non attori di “finzioni”: la loro Scuola non solo ha individuato la strada giusta, ma la percorre nei modi giusti, coinvolgendo, nella realizzazione del progetto, gli alunni, i docenti, i genitori. Del resto, questa è stata, da sempre, la linea seguita dal Dirigente, prof. Michele Montella, dai suoi collaboratori, da tutti gli insegnanti.
Il progetto “Piedibus” è come un autobus che va a piedi. La “carovana” di ragazzi che vanno a scuola e poi tornano a casa, in gruppo, è scortata da due adulti: “l’autista” apre la fila, che viene chiusa da un “controllore”, il quale registra i nomi dei presenti. Proprio come per un autobus di linea, stazione di partenza, percorso e “fermate” della “carovana”, e orari sono prefissati: i ragazzi che vogliono aggregarsi sono obbligati, all’andata e al ritorno, alla puntualità. Il progetto coinvolge le famiglie e le istituzioni che amministrano la città: i vigili urbani, per esempio, consapevoli del fatto che l’iniziativa è importante, hanno scortato i ragazzi e hanno regolato il traffico.
Gli obiettivi immediati del progetto sono evidenti: camminare in gruppo, acquistare autonomia, contribuire alla riduzione dell’inquinamento, alla razionalizzazione del traffico, alla soluzione dei nodi delle soste e del parcheggio, che, all’inizio e al termine delle lezioni nelle scuole, sono nodi grossi e complicati. Qualcuno ha osservato che la “carovana” dei ragazzi in movimento riporta le strade di Ottaviano ai tempi ormai lontani in cui dalla stazione della Vesuviana fino a piazza Rosario si sviluppava, ogni giorno, e per due volte al giorno, il corteo dei ragazzi che si recavano al Liceo Classico “ A.Diaz” e alla “Scuola Media d’Aosta”: ed era uno spettacolo di splendida vitalità. Ma non credo che l’importanza del progetto stia nel recupero di un costume che appartiene per sempre al passato.
Un libro di Rebecca Solnit, “Storia del camminare “ è stato ristampato di recente proprio perché sono tornati di moda il camminare, come attività reale, e il camminare come metafora. Non a caso la Solnic, sviluppando le idee e i suggerimenti dei grandi scrittori del “muoversi a piedi”, Dickens, Joyce, Hemingway, Chatwin, Kerouac, dice che camminare e leggere si equivalgono, perché camminare significa “leggere” uno spazio, e leggere presuppone il “muoversi” attraverso un testo. Ma il progetto dell’I.C. D’Aosta ha anche un altro importante obiettivo, perché porta nelle strade reali di Ottaviano i ragazzi di oggi, abituati a percorrere, per molte ore del giorno e seduti davanti a un computer, le vie e gli spazi “virtuali” dei “social”. Attraversando ogni giorno le strade della loro città, e confrontandosi fatalmente su ciò che ciascuno vede, i ragazzi capiranno, nella concretezza dell’esperienza, una verità che è fondamentale per un corretto rapporto con “il mondo”: capiranno che gli occhi vedono, in strada, ciò che gli interessi e le inclinazioni personali, il cuore e la mente chiedono e consentono di vedere. In questo senso, le strade di Ottaviano diventeranno, con le loro scene di vita quotidiana, un libro di storia, di psicologia, anche di arte, e i ragazzi prenderanno una progressiva consapevolezza della loro identità, come hanno spiegato i filosofi “ermeneutici”.
Chi si confronta con la città visibile, direbbe Italo Calvino, si prepara ad entrare anche nelle “città invisibili”.




