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Il manifesto di don Michele

Ancora una volta la Chiesa in prima pagina su tutti i giornali e nei commenti radio-televisivi.

Un parroco in Puglia ha invitato, lui personalmente, la sua comunità a partecipare ad un funerale di un malavitoso ucciso in Canada. I fatti sono noti. La questura di Bari aveva stabilito, con una notifica al parroco e al Comune, di fare celebrare i funerali in forma privata. Al mattino presto. E Don Michele delle Foglie parroco della chiesa madre di Grumo Appula, paese in provincia di Bari, aveva annunciato con un manifesto la messa alla cittadinanza e spiegando questo inspiegabile gesto dicendo ai cronisti:  “Dobbiamo inchinarci davanti al dolore dei parenti di questo signore  e ricordarlo come tutti: davanti alla morte siamo tutti uguali. E nessuno può dirmi per chi devo o non devo fare messa”. Sollecito era un esponente di spicco del clan Rizzuto e il suo assassinio è da inquadrare all’interno della lotta tra mafia e ‘ndrangheta che si sta consumando in Canada. L’intervento della Questura è stato immediato. “Visto – si legge nell’ordinanza – il manifesto commissionato da don Michele, considerato che Rocco Sollecito è ritenuto un personaggio di spicco del clan mafioso Rizzuto e che della lettura del manifesto si evince la presenza in città del figlio, Francesco, appartenente egli stesso al medesimo sodalizio criminale – e considerato che la celebrazione del rito religioso potrebbe essere occasione di turbative, azioni di intimidazione, opera di proselitismo, si ordina che il rito si svolga alle 6 della mattina in forma strettamente privata”. Inoltre sarà vietato, per evitare cerimonie modello Casamonica, “fare cortei e lanciare palloni aerostatici e accendere fuochi pirotecnici”. E’ intervenuto anche il vescovo il quale, giustamente, ha richiamato duramente il parroco e gli ha impedito la celebrazione. Mons. Cacucci, vescovo di Bari,  ha bollato come “un grave errore” la decisione di Don Michele: “Il parroco non doveva prendere questa decisione senza consultarmi. E affiggere un manifesto in cui il sacerdote invita la popolazione a partecipare alla celebrazione ha creato un grave scandalo. Il parroco ha commesso un grave errore, non solo per non essere stato prudente ma per aver firmato in prima persona il manifesto. Si poteva fare una preghiera ma in modo discreto. Non credo che ci possa essere una connivenza, si tratta soltanto di una mancanza di prudenza. La Chiesa non ha mai permesso una celebrazione pubblica nei confronti di chi si fosse macchiato di un delitto. In altri casi non è stato permesso nemmeno il funerale quando la persona defunta, pubblicamente si era espressa contro i dettami della Chiesa. Certamente don Michele (non la Chiesa) non ci ha fatto una bella figura in questa vicenda. Anzi c’ha fatto una figuraccia. La chiesa, soprattutto al Sud, ha fatto passi da gigante nell’educare il popolo santo di Dio alla legalità, alla giustizia, alla pace. Mi viene in mente il “grido” di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi di Agrigento contro i la mafia e gli atteggiamenti mafiosi. Penso a don Puglisi e a tanti altri sacerdoti e laici cristiani, uccisi perché avevano preso posizione contro la malavita organizzata. Noi preti dobbiamo sempre “gridare”  dai tetti che la una vita mafiosa o camorrista è incompatibile nel modo più assoluto con il Vangelo. Ed è bene sempre ricordare che la misericordia va incessantemente coniugata con la giustizia e la legalità. Unita all’invito alla conversione e al cambiamento di vita.

Perciò, caro don Michele, con tanta umiltà e da confratello ti dico: non fare più tu manifesti per i boss della malavita organizzata. Non è tuo compito. E soprattutto, non rinunciare ad educare i tuoi parrocchiani alla legalità. Forse in questa vicenda si sono dimostrati più intelligenti ed “evangelici” di te.

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