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Il futuro del lavoro

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Ai tempi di “quota cento” e “reddito di cittadinanza”, una riflessione controcorrente, un po’ utopistica, sul concetto di lavoro e sulla sua organizzazione. Che coinvolge tutti i cittadini, di tutte le età.

I dati relativi alla disoccupazione, soprattutto quella giovanile, e i dati relativi agli importi delle pensioni continuano a fornire una drammatica fotografia della situazione in cui vivono ormai milioni di famiglie nel nostro paese. In particolare, giovani disoccupati, o meglio inoccupati, ed anziani con pensioni modestissime, che si supportano a volte reciprocamente e che sono divenuti spesso un peso insostenibile per famiglie con introiti “normali”. È una situazione così critica che è venuto il momento, secondo molti, di fare scelte coraggiose e condivise, andando ben oltre singoli provvedimenti, che pure sembrano essere urgenti e necessari. Si tratta di rimettere in discussione il concetto stesso di lavoro, a cui si legano retribuzioni, previdenza, assicurazioni e prestazioni sociosanitarie. Una vera e propria rivoluzione culturale.

Il lavoro non è solo quello dei “lavoratori”, allargato agli imprenditori, ai professionisti, ai commercianti, alle casalinghe. Ma anche quello dei ragazzi, degli anziani, dei volontari. La costituzione dice che la repubblica è “fondata sul lavoro” non sui lavoratori. Nessuno può pensare di avere l’esclusiva del lavoro o di poterlo rappresentare da solo. I “lavoratori” rischiano di essere una minoranza, che difende bene privilegi e ammortizzatori solidi, di fronte a precari e a chi è da poco occupato. E siamo, per dir così, alle gerarchie interne al mondo dei lavoratori. In realtà, il lavoro è di tutti e di tutte le età. Come l’educazione permanente, la cittadinanza, i diritti fondamentali, l’impegno civico. Il lavoro non è solo uno strumento per vivere, ma un modo di realizzarsi e un contributo importante alla produttività sociale, alla costruzione della società: un compito che riguarda tutti e tutte le età.

Può sembrare una provocazione, considerando il livello record di disoccupazione in Italia, la massiccia emigrazione dei giovani, la riforma Fornero per niente abolita dalla cosiddetta quota 100, la piaga non debellata del lavoro minorile, il lavoro nero, la condizione dei precari e di tanti immigrati. E però, da una parte c’è il dettato costituzionale, che non può essere eluso senza mettere in discussione la tenuta democratica e civile del paese, e che va ben oltre la prospettiva di una crisi sia pure drammatica. Dall’altra ci sono l’avvio sempre più tardivo dei giovani al lavoro e l’invecchiamento galoppante della popolazione, che impongono una rivisitazione del concetto stesso di lavoro e di “mondo del lavoro”. Due valide ragioni per procedere speditamente in tale direzione.

Come si sa, l’educazione al lavoro con relativa pratica dovrebbe cominciare dalla più tenera età delle persone, a partire dalla famiglia e dai tradizionali luoghi di socializzazione. Teoria e pratica del lavoro devono continuare a scuola insieme all’educazione civica e alla cooperazione didattica. Così come deve attuarsi per tutti l’alternanza scuola lavoro. E poi apprendistato, tirocinio, praticantato, che sono o dovrebbero essere preludio al lavoro. Comunque, anche durante l’iter formativo occorre consentire ai giovani lavori saltuari, stagionali, part-time, e attività di volontariato.

Dopo la formazione, comincia la lunga stagione del lavoro propriamente detto, che è la più lunga e la più importante per gran parte delle persone sul piano economico e professionale. Se è vero che la Costituzione non pensa solo a tali lavoratori, è altrettanto vero che pensa soprattutto ad essi come interpreti e sostegno della democrazia e come volano dello sviluppo non solo economico, ma civile e culturale del paese.

Il distacco dal mondo del lavoro è spesso traumatico: o perché ci sono difficoltà ad andare in pensione o perché non si vuole lasciare il lavoro. A tale appuntamento le persone si presentano oggi con una prospettiva di vita di venti venticinque anni, spesso in discreta salute, istruite e con una pensione rapportata alla retribuzione da lavoro. Nella logica dell’invecchiamento attivo, tali anni si vogliono vivere per sé e per gli altri. In attività che mirano al benessere e a stili di vita sani, ma anche in attività sociali e lavorative. Nel tutoraggio di giovani lavoratori, nella trasmissione di esperienze e, oggi in forma di volontariato, nella tutela dei beni comuni e nel servizio alla comunità.

È sbagliato innalzare oggi l’età pensionabile, così come sarebbe sbagliato ridurre domani il tempo della formazione per i ragazzi. Perché non risolve i problemi e soprattutto mette pesantemente in discussione i diritti degli anziani e dei giovani. Occorre, allora, pensare a un sistema del lavoro, articolato con regole diverse a seconda del segmento. Il primo è quello dei giovani ancora in formazione e/o nella prima attività lavorativa, con lavoro flessibile, stagionale, saltuario, volontario e tutelato. Il secondo, lo zoccolo duro e ben regolato, è quello del mondo del lavoro propriamente detto: in esso un periodo di disoccupazione è un lusso e non un dramma; il terzo è quello degli anziani, con un lavoro volontario, flessibile, tutelato e disciplinato, magari con un compenso aggiuntivo alla pensione.

I tre segmenti devono contribuire alla tenuta del sistema previdenziale; i giovani ancora in formazione e gli anziani assicurano elementi di flessibilità al sistema lavoro e vedono rispettate le loro specificità, affiancando i lavoratori propriamente detti; tutti insieme attuano e rendono visibile il principio che la repubblica è fondata sul lavoro.