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Il culto dei morti a Somma e nel Vesuviano tra storia e antiche tradizioni

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Mentre nel mondo avanza la festa di Halloween, in Campania resiste ancora la festa delle anime ‘o priatorio.

D’ ‘e Sante e d’ e muorte ve faccio arricurdà, così recita il tetro Novembre nella rappresentazione dei dodici Mesi. Infatti, col due novembre si commemorano i morti nella liturgia cattolica e nella tradizione popolare. Dal punto di vista dell’orizzonte esistenziale contadino  – afferma Angelo Di Mauro – la data rappresenta una di quelle cadenze cicliche miranti a non dispiacere i defunti per evitare la permanenza in loco, ad una rassicurazione rituale dei vivi mediante il tentativo di trasformare la datità irreversibile che è la morte da evento naturale a evento culturale.  Per la Chiesa la scelta della data del due novembre risale al 928, quando l’abate di Cluny, Odilone, fissò la commemorazione dei defunti il due novembre per tutti i monasteri benedettini. La scelta non era casuale, essendo basata su una diffusa tradizione popolare legate alle credenze romane e basso – medievali. Presso gli antichi Romani i defunti venivano onorati in tre occasioni: i Parentalia, i Lemuria e i tre giorni del Mundus patet del 28 agosto, 5 ottobre e 8 novembre. I Parentalia erano feste a carattere prevalentemente privato e le celebrazioni si svolgevano nel mese di febbraio dalle Idi del 13 febbraio fino al 21 febbraio; quest’ultimo giorno era riservato alla celebrazione delle feralia, la vera e propria festa dove i morti venivano nutriti di sale, pane e vino. Si credeva in tal giorno che le anime dei defunti potessero girare liberamente tra i vivi.  I Lemuria  venivano, invece, celebrate il 9, l’11 e il 13 maggio, per esorcizzare gli spiriti dei morti, i lemuri. La tradizione voleva che, ad istituire queste festività, fosse stato Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso. Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Le stesse zuppe di fave che oggi ritroviamo tra i piatti tipici della tradizione della festa dei morti. Il mundus – come lo descrive Di Mauro nel suo libro Buongiorno Terra –  era un pozzo, solitamente chiuso da una pietra manale e periodicamente aperto, per consentire la comunicazione con i morti nei momenti più importanti della comunità.

Il cambio dell’orario e l’accorciarsi del periodo di luce, in questo periodo dell’anno, rende la terra simile alla dimora dell’oltretomba. Il ciclo dell’anno agrario si è appena concluso e le piante piangono le loro foglie. A Somma Vesuviana, come in tutte le cittadine vesuviane, in questo periodo il cimitero si riempie di numerose persone che si fermano a pregare. Tutte, ripetendo la carne degli avi, rappresentano fisicamente il ritorno dei morti sulla terra. La gente è lì a prestare il proprio corpo e la propria ‘nfanzia (volto /somiglianza) alle anime che tornano. Le cappelle gentilizie e i freddi marmi sono già puliti da settimane. Sul lato ovest, in fondo al cimitero vecchio, a destra, dove sorgeva l’antica chiesa, vi sono interrate le anime ‘o priatorio. Sono ossa antiche, anonime, senza nome. Sono anime del Purgatorio (altro che Halloween) che sostano in attesa dei parenti.  Sul terreno, sulla Terra Santa,  c’è una distesa di lumini rossi accesi. Sono tante fiammelle tremolanti che sembrano pesciolini che fluidificano all’ingresso di un fiume. Ogni fiamma attende la sua anima. In queste giornate le anime sante escono tutte in libertà, per loro si prepara la finta primavera di crisantemi.

Nelle pasticcerie si osservano torroni morbidi di canditi, cassata e cioccolata oppure torroncini di zucchero e mandorle. I colori bianco e nero sono colori di morte; il dolce e i semi sono cibi dei vecchi e dei bambini. In Sicilia il 2 novembre c’è l’usanza di donare torrone zuccherato ai bambini, per esorcizzare e addolcire la paura dell’ignoto e della morte. Nel Vesuviano, invece, si usa preparare il torrone dei morti, che è diverso da quello siciliano, soprattutto nella consistenza. Il torrone, in queste zone, è molto più morbido e soprattutto a base di cioccolato, con una forma che ricorda quella di una cassa da morto. Quest’usanza del dono preannuncia quell’atmosfera magica e munifica che sarà la caratteristica essenziale del Natale.