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Il Business dei centri di accoglienza.

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Dopo quanto tempo un’emergenza smetta di essere tale è opinabile. Quella degli immigrati – che sia un’emergenza o, ormai, un fenomeno strutturale – è una realtà.

Una realtà controversa e complessa, dal punto di vista prima umano che politico, dinanzi alla quale restare indifferenti è difficile.

Quello economico è un aspetto della vicenda, forse poco dibattuto ma, non trascurabile.

Innanzitutto, le storie e le immagini che negli ultimi giorni stanno girando il mondo non appartengono a profughi ma a rifugiati politici: popoli, famiglie, persone, che abbandonano la propria terra per scappare dalla guerra.

La differenza è d’obbligo, perché diversa la causa per il “viaggio della speranza” diverso l’iter legislativo e le modalità di accoglienza.

In Italia sono tre le tipologie di centri.

Ci sono i CPA, Centri di Prima Accoglienza, che sono incaricati di accogliere i migranti all’arrivo nel Paese e di “trattenerli” per 15 giorni, il tempo necessario per identificarli.

I Centri di Identificazione ed Espulsione, CIE, sono le strutture destinate alla detenzione (il termine non è casuale) dei clandestini, coloro i quali non sono richiedenti di asilo e/o non hanno un permesso di soggiorno valido. Qui, gli immigrati sono trattenuti forzatamente per 18 mesi.

Nel 2014 lo Stato italiano ha abolito il reato di clandestinità (per gli immigrati che arrivano per la prima volta in Italia). Ciò ha ridotto gli “ospiti” dei CIE, i quali però sono stati immediatamente riempiti dagli innumerevoli sbarchi degli ultimi anni: 13mila individui nel 2012, 42.925 nel 2013, circa il doppio nel 2014.

La terza tipologia è quella attualmente nell’occhio del mirino, si tratta dei CARA, Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo. Il funzionamento di questi ultimi è a sé rispetto ai precedenti due; qui le persone sono accolte e supportate, in attesa che la richiesta di status di rifugiato venga accolta. Nell’intervallo che ciò richiede, 18-24 mesi, gli immigrati sono liberi di circolare nel Paese con un permesso provvisorio. immigrati-rifugiati-800x500-crop

Qui la prima falla nel sistema: se l’immigrato identificato è libero di muoversi nel territorio italiano, è libero di fare lo stesso nell’area Schengen, vale a dire in tutti i Paesi che hanno firmato per la libera circolazione delle persone in Europa (26 in tutto).

Gli standard di gestione dei centri, sovraffollati e sforniti, sono stati oggetto di monitoraggio da parte di Presidium e le condizioni, disumane, in cui queste persone vivono oggetto di denuncia da parte di Amnesty International.

Questi centri sono abitualmente alberghi, ristoranti, agriturismi, masserie; dietro le strutture ci sono di solito consorzi e cooperative, vincitori di una gara di appalto.

Lo Stato, o più precisamente le prefetture competenti per territorio, conferisce ai centri una somma mensile pari a circa €2000 per immigrato. Quest’ultimo ha diritto quotidianamente al “pocket money”: €2,50 al giorno.

Quello che è emerso, qualche tempo fa, è ciò che segue.

Che l’immigrato sia a conoscenza del suo diritto è scarsamente plausibile, che i gestori forniscano ai loro ospiti tutto ciò che è loro necessario è improbabile. 2,50 euro al giorno, per due anni, per il numero degli immigrati (sistematicamente superiore al numero di ospiti per cui la struttura è predisposta) approssima il presunto guadagno dei CARA.

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Questo il contenuto di un’inchiesta del Ministero dell’Interno, questo il business dei centri di accoglienza.

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