Marco De Gregorio, che era di Resina, forse già nel 1855, o forse nel 1861, dopo aver smesso la camicia rossa di garibaldino, aprì uno studio alla Favorita di Portici. Si unirono a lui Federico Rossano e, nel 1863, Giuseppe De Nittis e Adriano Cecioni. Nacque la “Scuola di Resina“,che anni dopo Domenico Morelli chiamò “la Repubblica di Portici“,con maligna allusione alle simpatie politiche di Marco De Gregorio e alla sua manifesta attenzione per i circoli anarchici: e amici tra gli anarchici aveva, allora, anche De Nittis. Corredano l’articolo le immagini di due quadri: l’autoritratto di Federico Rossano e “Edoardo Dalbono a passeggio” ritratto da G. De Nittis.
I pittori della “Scuola di Resina” non vinsero né concorsi né “pensionati”, che, scrisse Adriano Cecioni, erano in mano ad una “camorra” e a Domenico Morelli. Morelli veniva descritto dai nemici, e a, bassa voce anche da qualche amico, come un Papa dell’Arte, a cui era concesso dal Potere il potere di santificare e scomunicare, e anche di assolvere. I quattro fondatori della Scuola – scrisse Diego Martelli, ideologo e patrono dei “Macchiaioli“, – “sono dei “radicali in arte, non riconoscono alcuna autorità “e hanno interesse solo per la verità, e non “per la moda“, né per “il danaro“, De Gregorio morì nel 1876. Francesco Netti, che si era buttato a destra, ma un poco se ne vergognava, commemorò l’amico riconoscendo che in lui l’uomo e il pittore coincidevano, nel segno di un’“onestà rigida e inalterabile, di un cuore aperto e ingenuo. Prima di dire una menzogna in pittura si sarebbe lasciato tagliare le mani.”.
Tuttavia, “non è stato un bravissimo pittore” sentenziò il Netti: che era un buon pittore, ma non aveva né l’occhio né la sensibilità necessari per comprendere la grandezza dell’arte del suo amico. Del resto, le tendenze anarchiche di De Gregorio, attento lettore degli scritti di Bakunin, erano note a tutti, e molti sapevano che anche De Nittis era stato attratto da idee “estreme”: l’anarchico Carlo Cafiero era suo amico d’infanzia. I due quadri le cui immagini corredano l’articolo sono una chiara testimonianza di aspetti importanti delle novità introdotte dalla “scuola di Resina”. Nell’autoritratto Federico Rossano affida alla sua immagine il compito di esprimere non il nobile ossequio ai valori ideali dell’arte, come avevano fatto quasi tutti i pittori prima di lui, ma il silenzioso corruccio di chi “sente” il vivere come un duro, quotidiano combattere. L’uomo raffigurato da De Nittis, di spalle, con bombetta in testa, giacca non proprio elegante, e bastoncino da passeggio, nessuno penserebbe, a prima vista, che sia un pittore: De Nittis, a cui piaceva scherzare e fare ironia, rappresenta con chiarezza il carattere estroso dell’amico, come se volesse ricordarci che Dalbono aveva l’abitudine di incontrarsi all’alba, sull’altura di San Potito, con modelli e modelle, per studiare gli effetti della prima luce: e talvolta, tra i convocati, c’era un incappucciato, la cui presenza induceva abitanti e passanti a sospettare che quel gruppo di persone “celebrasse” riti magici.
Era naturale che Morelli e i pittori della Scuola di Posillipo non parlassero bene dei pittori della “Repubblica di Portici”, ostili, programmaticamente, allo “storicismo romantico “di Morelli e ai paesaggi idealizzati di Giacinto Gigante, di Filippo Palizzi, di Gabriele Smargiassi. I “porticesi” si proposero di seguire la “lezione” dei Macchiaioli e di rappresentare la vita vera e la fatica quotidiana degli “umili”: questo progetto spinse De Gregorio e Laezza a girare per la campagna vesuviana e ad osservare con grande attenzione il mondo dei contadini. Molti pittori si fecero conquistare dal programma dei “porticesi”, ma delle opere di pochi abbiamo notizie precise. Per esempio, di Giuseppe Giuliani, “una enigmatica figura di pittore di origine pugliese, si sa poco o niente ed è probabile, data anche la qualità del suo lavoro, che più di uno dei suoi quadri circoli oggi sotto il nome di qualche più illustre contemporaneo. Anche molti dipinti della produzione di De Gregorio sono andati dispersi, il che rende assai difficile una ricostruzione attendibile della sua vicenda artistica.”( Christine Farese Sperken).




