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Quando Guido Piovene si augurava che Napoli non fosse più la città del folclore…

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Guido Piovene (1907- 1974), romanziere capace di lasciare un segno profondo nella letteratura del ‘900 con i suoi romanzi (in particolare con “Le furie” del 1963 e con “Le stelle fredde” del 1970), fa parte, con Rocco Scotellaro e con altri, di quel gruppo di scrittori che il “terrorismo culturale” – egli era stato un buon profeta- ha cancellato dalla memoria culturale.

Non dimentichiamo il Piovene giornalista che con Indro Montanelli fondò “il Giornale”. A Napoli egli venne nel 1955, durante quel tour che avrebbe poi descritto due anni dopo, in “Viaggio in Italia”, parlando delle fabbriche, degli ospedali, delle scuole, delle persone note, dei borghesi e degli umili di un Paese che gli apparve ben avviato sulla strada della resurrezione dopo la catastrofe della guerra e dei primi anni del dopoguerra. Nel giudicare Napoli non ebbe incertezze e condivise integralmente la posizione dei giovani liberali “crociani” che pubblicavano la più importante rivista della città, “Nord e Sud”. Era necessario fare in modo che Napoli diventasse, da ogni punto di vista, una città dell’Occidente e venisse definitivamente spenta l’idea di “una civiltà del sud da lasciare incontaminata, una entità ondeggiante fra il mistico, il mitico e il magico, un venerabile miscuglio di anacronismi e di stranezze.”. Notò Piovene che i giovani “crociani” accusavano non solo i cattolici, ma anche la sinistra di coltivare e di difendere questa immagine colorata di Napoli e del Sud, mentre molti Napoletani erano pronti a liberarsi da tradizioni ormai ridotte a commedia, purché in città venissero costruite fabbriche e scuole. E ascoltando quei giovani Piovene era indotto a ricordare che “la profonda inclinazione del Sud, soprattutto di Napoli, è razionale, quasi razionalista…Se certe condizioni si avvereranno, una trasformazione potrebbe essere più rapida, più radicale a Napoli che nel Nord sentimentale, e incontrerebbe forse meno intime resistenze”. I “crociani” non erano ottimisti. Condividevano la “sentenza” che giudica Napoli un paradiso abitato da diavoli: questa “sentenza”, scrisse Croce, è stata sempre valida, perché di secolo in secolo “brigantaggio e violenza di plebi cittadine e tumulti e persistente rozzezza, e mali abiti, e povertà, e difetto di industrie e di operoso costume le ridavano a volta a volta un contenuto attuale.” (B.Croce) Alla Napoli del folclore appartenevano certi strani mestieri che Piovene si fece descrivere da un napoletano: ne scrisse l’elenco, che poi cancellò, perché non gli sembrava il caso di parlare ancora “del rammariello, banchiere popolare che finanzia i giovani sposi fornendo loro tutto quanto occorre per mettere su casa; del pazzariello, giullare di piazza che si esibisce in canti e lazzi dovunque occorra attirare la folla; delle centinaia di autori di canzonette che aspettano la fortuna; dei guappi, dei burattinai, dei lettori di versi che risvegliano i vicoli recitando Dante e Leopardi, dei funerali fastosi di povera gente su carri intitolati al nome dell’uomo più illustre che portarono al cimitero, Scarfoglio ad esempio o Scarpetta.”. Per Piovene la musica più vera di Napoli era quella non delle canzonette, ma delle voci dei venditori di fave, d’acqua e di ciliegie. Ma alla fine, bisogna ammettere che Napoli è inimitabile: “Abbandonate ai curiosi di riesumazioni immagini troppo precise, per così dire litografiche, del costume napoletano, siamo però sempre di fronte a una metropoli che non ha l’eguale nel mondo, e il forestiero che vi giunge non evita di essere attratto in un modo di vivere diverso da ogni sua abitudine”.

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