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Le ricette di Biagio: minestra di riso e delle lenticchie care ai filosofi cinici e ai legionari romani

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Della lenticchia è stato detto tutto e il contrario di tutto: in Grecia e a Roma era il legume dei filosofi che conoscono la vera misura del vivere e dei legionari, ma anche il cibo dei poveri. Un episodio della Bibbia ispirò il motto: vendersi per un piatto di lenticchie. In età moderna la lenticchia fu ora cibo dannoso alla salute del corpo e dello spirito, ora immagine di buon augurio e di speranza nel futuro. Ad evitare rischi, Biagio ha messo accanto alle lenticchie il riso, che da sempre è solo simbolo della prosperità e della felicità.

 

Ingredienti (per 6 persone): gr.350 di lenticchie, gr.250 di riso, 10 pomodori, mezza cipolla, una costola di sedano, pesto fatto con lardo o gr. 100 di guanciale, e con: mezza cipolla, uno spicchio d’aglio, un ciuffo di prezzemolo e una costola di sedano; olio, acqua e sale. Nettate le lenticchie da ogni impurità e mettetele in acqua fredda per una dozzina di ore. Quando viene il momento di cucinarle, scolatele e scartate quelle salite sulla superficie dell’acqua perché bacate. Mettetele a bollire in una pentola, nell’acqua aromatizzata con la cipolla, il sedano e il sale. Fate soffriggere in una casseruola il pesto, poi aggiungete i pomodori spellati, privati dei semi e divisi in pezzi. Lasciate cuocere, poi aggiungete le lenticchie scolate bagnandole con metà dell’acqua di cottura. Quando le lenticchie risulteranno insaporite, aggiungete il riso e fatelo passare di cottura. La minestra deve risultare piuttosto densa. (E’ stata seguita la ricetta pubblicata da Ada Boni in “Talismano della felicità. L’immagine è presa da internet).

 

Ateneo di Naucrati (sec. II-III d.C.) scrisse i “Deipnosofisti”, la più completa fonte di notizie sugli usi e sui costumi dei Greci e dei Romani quando sedevano a tavola: un trattato favoloso, che però anche i testi di letteratura usati a scuola nei tempi gloriosi del Liceo classico ignoravano: figuriamoci quelli di oggi. Ateneo ci conferma che le lenticchie comparivano su tutte le tavole dell’Egitto, della Grecia, dell’Asia Minore e dell’Italia: i Siracusani le mangiavano, coniugandole in una succosa minestra, con una pasta fatta di una farina particolare. La Bibbia ci dice che Esaù cedette a Giacobbe la primogenitura e il patrimonio per un piatto di lenticchie, e da qui nacque il terribile motto: “si è venduto per un piatto di lenticchie”. Ci dice un personaggio di Ateneo che per i filosofi cinici e epicurei è bello mangiare in tutta tranquillità una zuppa di lenticchie, piatto povero e semplice, mentre è da sventurati sedere a tavole fastose e dormire su morbidi letti mentre si prova quella paura invincibile che accompagna ogni momento della vita dei ricchi. E’ quello che, in una satira di Orazio, il topo di campagna dice al topo di città. E Zenone dichiarava che il vero saggio deve saper cucinare le lenticchie. I medici consideravano il decotto d’orzo una medicina assai utile per combattere molte malattie, ma Galeno, il grande medico (secc.II-III d.C.), consigliava cataplasmi di lenticchie per curare infiammazioni di ferite di ogni tipo e scottature: e dunque le lenticchie, l’ orzo e i ceci accompagnavano in grande quantità i legionari di Roma, che se ne servivano per curarsi e per alimentarsi. Crisippo dichiarò che in inverno egli mangiava di continuo zuppa di lenticchie con lampascioni: “quando c’è il freddo gelido, è come l’ambrosia”. E quando uno dei “sofisti” seduti a convito raccontò che Ulisse aveva una sorella che si chiamava Lenticchia, un “sofista” Alessandrino incominciò a ridere: l’altro si irritò e ricordò a colui che rideva che gli Alessandrini da sempre si alimentavano con “piatti” a base di lenticchie e anche il pane facevano con la farina di lenticchie. Del legume parlò male Ferecrate, sostenendo che a chi lo mangia puzza il fiato. Eppure le lenticchie svolgevano un ruolo importante nella cosmesi del volto: Ovidio rivela che il legume era presente negli impacchi che le signore e gli uomini vanitosi preparavano per cancellare le macchie della pelle e per renderla “più liscia della superficie dello specchio”. Nel sec.XVI incominciò il capitolo nero della storia delle lenticchie. Alcuni medici sostennero che il legume spegneva nei maschi il desiderio di Venere, inaridiva “il seme genitale”, induceva a sognare cose terribili, danneggiava i polmoni e gli occhi. Ma già nel secolo successivo la fama del legume incominciò a tingersi di colori più chiari: nei momenti di crisi le lenticchie dimostrarono di essere veramente “la carne per i poveri” e divennero, nell’immaginazione popolare, simbolo e segno di buon augurio, adatto ad accogliere festosamente l’anno nuovo.

Fonte foto: risotto.us

 

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