Chi sono oggi i “perdenti”? E chi gli “snob”? Ce lo spiega il dott. Massimo Lanzaro

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Chi sono oggi i “perdenti”? E chi gli “snob”? Ce lo spiega il dott. Massimo Lanzaro.

A Ottaviano la 2° fase del progetto “Biblioteca Viva”, organizzato dal Sindaco prof. Biagio Simonetti con la collaborazione della consigliera “delegata alla cultura” prof.ssa Fiorella Saviano, si è aperta, nella sala della Biblioteca Comunale, con il dott. Massimo Lanzaro che ha presentato il suo libro “Affetti in affitto”. Correda l’articolo un acquerello di Cecil Aldin che ha per tema un gruppo di snob.

 

Il dott. Massimo Lanzaro è psichiatra e psicoterapeuta: ma i temi di queste due discipline egli li affronta da molti punti di vista, perché è un profondo conoscitore del sistema sociale e delle “arti” che descrivono questo sistema: il cinema, le arti figurative, la letteratura. “Tutto mi ha insegnato qualcosa, ed è proprio di ciò che ho imparato che vi parlo”. E parlandoci riesce a convincerci del fatto che su argomenti importanti dobbiamo sottoporre a verifica le nostre certezze e “ripartire” da capo. Tutti i temi trattati nel libro sono interessanti, ma ho deciso di dedicare questo primo articolo a una parte del capitolo “Perdere con successo”. Annamaria Testa ci ricorda sul suo “sito” che nelle ultime elezioni per la presidenza degli Stati Uniti uno dei due candidati rivolgeva agli Americani che non lo avrebbero votato un insulto ricorrente “perdente”. Osserva giustamente il dott. Lanzaro che i concetti di “vincente” e “perdente” hanno subito nei secoli significative trasformazioni di senso. Per gli antichi e per importanti rappresentanti della cultura medioevale anche chi viene sconfitto può essere un “vincente”, perché la vittoria e la sconfitta dipendono non solo dai valori della persona, ma anche dal fato e dalla provvidenza: Ettore, per esempio, non riesce a salvare né la sua città, né la vita, ma nessuno può dire che per Omero egli sia un perdente; e la stessa cosa può dirsi di personaggi della storia medioevale. Dal ‘500 in poi si afferma il principio che solo l’individuo è responsabile delle sue vittorie e delle sue sconfitte, e negli ultimi due secoli “questo atteggiamento- scrive il dott. Lanzaro, citando Durkheim – porta ad aumentati tassi di suicidio, soprattutto nei paesi più benestanti”, poiché siamo abituati a giudicare gli altri e noi stessi in base ai criteri fissati dalla “civiltà del danaro”, cioè il reddito e il successo lavorativo (sui pericolosi criteri di giudizio stabiliti dalla “civiltà del danaro” ha scritto un libro notevole Luciano Gallino). Una conseguenza drammatica di questo stato delle cose è, secondo De Botton, lo snobismo, la particolare struttura psicologica e sentimentale di chi cerca, nel sistema sociale, prima di tutto la “fama”, che è la diretta conseguenza del nostro patrimonio, del nostro lavoro, del nostro ruolo.” Non ricerchiamo gli oggetti, ma il loro possesso come fonte di riconoscimento” scrive incisivamente il dott. Lanzaro, e mi pare che egli ci suggerisca di leggere il libro di Remo Bodei “La vita delle cose”. Lo snob cerca di sottolineare costantemente il proprio prestigio sociale – scrive A. Giddens – ricordando in ogni modo agli altri il suo potere economico e il valore delle sue conoscenze. Egli adotta un particolare modello di comunicazione: sceglie “la rappresentazione di una piccola parte di te e la utilizza per formarsi una visione completa di chi sei”: insomma, sostiene A. Giddens, egli sviluppa la comunicazione entro un rigido schema, nel quale al suo interlocutore non è riservato nessuno spazio di libertà: e dunque egli deve accettare un ruolo di sostanziale inferiorità. Una conseguenza grave dello snobismo è l’invidia. E’ il dramma di chi vuole ciò che non ha, e che un altro possiede: l’invidioso è angosciato, e prova irritazione verso colui che possiede ciò che egli vorrebbe possedere: talvolta l’invidioso adotta alcuni comportamenti difensivi, come l’ingratitudine e l’ironia. Ma sull’ironia è necessario non dimenticare ciò che sostengono tutti gli studiosi, e cioè che essa può essere esercitata solo da intelletti superiori, e dunque di per sé capaci di sottrarsi agli artigli dell’invidia. Il dott. Lanzaro dedica pagine di grande interesse al tema della depressione ed esorta a non inserire nei suoi “spazi” la tristezza, la demoralizzazione e quella “nobile tristezza” che è la malinconia. Secondo De Botton, infatti, “la malinconia non è un disturbo che deve essere curato; è un riconoscimento tenero, calmo e spassionato di quanto dolore dobbiamo inevitabilmente attraversare tutti”.  Mi auguro che anche gli altri libri che verranno presentati nel progetto siano vivi come quello del dott. Massimo Lanzaro.