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Dopo la strage di oggi, è ancora il tempo della pietà e della misericordia? Se non è guerra, questa, cosa è ?

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Immaginiamo una delle vittime, seguiamola mentre va alla stazione, mentre pensa alla quotidianità , alla spesa, ai figli, al lavoro, a cosa cucinerà stasera, vediamola mentre l’odio di un nemico che odia il mondo la fa saltare in aria, la fa a pezzi… Se non è guerra questa, cosa è?

         La guerra è il sistema più spiccio per  trasmettere una cultura ( Anthony Burgess).   Il  terrorismo è una guerra asimmetrica, ma  è comunque una  guerra. ( Qiao Liang).

 

Ragioniamo non per numeri, ma per persone. Costruiamo davanti ai nostri occhi la figura di una delle vittime, seguiamola mentre va alla stazione della metropolitana, immersa nei pensieri amari, dolci o insipidi di una quotidianità qualsiasi, mentre pensa alla spesa, ai figli, al lavoro, a ciò che cucinerà stasera,  vediamola mentre salta in aria, mentre l’odio di un nemico che odia il nostro mondo  la fa a pezzi, la maciulla, scompagina la forma stessa della sua immagine, di quell’immagine che, dicono i cattolici, è  fatta a somiglianza di Dio. Questa persona che si disgrega, si smembra, si riduce ad ammasso sanguinolento di materia, non ha dichiarato guerra a nessuno, forse è una persona che vuole che le frontiere si aprano ai migranti, forse ha pensato, forse lo pensa proprio mentre avverte il boato – avverte il boato, poi più nulla, il suo essere è ridotto a un nulla , che l’Occidente deve scontare gli orrori del suo colonialismo.  Ma  un folle un fanatico un vigliacco ha deciso che quella persona deve morire.

Mentre scrivo queste parole che mi sono dettate dalla rabbia, le “macchiette” televisive vengono  già a dirci, con la faccia delle lacrime e del lutto – facce teatrali, facce da cavolo –  che non bisogna pronunciare la parola “guerra”. Per fortuna poi parla Lucia Annunziata, che non mi è molto simpatica, ma ha rispetto delle parole, di sé e di chi l’ascolta. E fa, l’Annunziata, un’ osservazione sensata: stiamo ancora a parlare di gruppuscoli, di cellule, di nuclei?  Cinque giorni dopo l’arresto di Salah – ricordiamo che Salah è stato catturato dalla polizia belga per caso –  il terrorismo islamico è capace  di eseguire gli attentati di oggi. Non bisogna aver frequentato l’ Accademia militare di West Point per capire che i bombaroli islamici sono sostenuti da un sistema logistico e da una rete di “copertura”  che comprende decine e decine di persone addestrate, armate, provviste di danaro, guidate da una sola strategia e da un solo stratega. O è così, o bisogna pensare a qualche trama di servizi “ deviati” che vogliono mettere a soqquadro l’ Europa, demolire ciò che resta della Comunità europea, rallentare la crescita, far crollare il “pil”, ridurci alla povertà, e tutte le altre amenità che sono capaci di immaginare i patiti di complotti e di dietrologia. Ma se non è questo, è quello: se non sono le trame di servizi segreti, è la guerra. Non c’è una terza  via. Che il terrorismo stia conducendo una guerra contro l’Occidente, non l’ha detto solo Luttwak, che potrebbe anche essere un giudice poco sereno: l’ha detto 11 anni fa, commentando la strage alla metropolitana di Londra, Claudio Magris,  nel segno di quella serenità e di quella limpidezza che sono virtù dei grandi ingegni: “Non si tratta più di piccoli gruppi, di singoli nuclei sovversivi che colpiscono le istituzioni, nella speranza di rovesciare l’ordine sociale vigente o di favorire losche manovre politiche, come è avvenuto in anni non lontani in  Italia.  Ora si tratta di una guerra simile e opposta a quella tradizionale…” (Corriere della Sera, 24 luglio 2005).

Anche Claudio  Magris non dimentica le vittime del colonialismo dell’ Occidente,  le guerre recenti in Afghanistan e in Iraq, ma ribadisce il concetto che il terrorismo deve essere debellato, poiché “debellarlo significa proteggere pure me, i miei amici, tutti”, significa evitare che possano morire, per volontà di  un Caso manovrato dalla follia di un guerriero di Allah, proprio quegli italiani, quei francesi, quegli spagnoli, quei belgi che oggi  si commuovono quando vedono  le folle di migranti respinte alle frontiere, ammassate nei centri di accoglienza,  e  sentono i sopravvissuti parlare di quelli che non ce l’ hanno fatta, che sono morti in mare. L’appartamento di Salah era pieno di costose e modernissime armi da guerra: non escludo che  lui e i suoi amici le abbiano comprate da trafficanti europei. Ma tutta la storia di questo terrorista è modello perfetto di un nuovo tipo di guerra, la guerra asimmetrica, che fu teorizzata e illustrata, molto prima dell’ 11 settembre, da due generali cinesi, Qiao Liang e Wan Xiangsui.  Essi spiegarono anche  come possono essere sconfitti questi guerrieri “asimmetrici”:  è necessario – ricordavano, nel 2005, Claudio Magris e Sergio Romano – “ mantenere fede alla normalità quotidiana, non lasciarsi intimidire, continuare a viaggiare in metropolitana”.  Ma tutto questo ha un senso, aggiungevano  i due generali cinesi, solo se non dimentichiamo che comunque siamo in guerra. E in guerra ci sono giorni adatti alla misericordia e alla pietà, e giorni  adatti a sentimenti esattamente opposti.

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