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Diceva Gregorovius che a Napoli non c’è spazio per i tiranni: il merito è del magico sole che illumina la città

La “luce “di Napoli: un tema della letteratura e della pittura. Questa luce è  una “Grande Carta della libertà”, che né dittatori, né tiranni possono abolire. La scena dei “lazzaroni” che dormono, a terra, davanti al Palazzo Reale. Nel 1854, la  Napoli dei ricchi ( Chiaia e Toledo) e la Napoli dei poveri (Santa Lucia). Una taverna di Toledo, “’e sciurilli” e “’o filoscio”. Si può tradurre “ ‘o filoscio” con “frittata”? Da questa domanda partirà, a settembre, la nuova pagina del giornale dedicata alle “ricette” napoletane.
                                    “Non vi è luogo più democratico di Napoli” (Gregorovius, 1854).

Il sole e la luce di Napoli costituiscono un tema della letteratura e un tema della pittura. Il tema letterario affascinò il compianto Francesco Durante, che gli dedicò alcune pagine significative nel libro “I Napoletani”, di cui parleremo a lungo prossimamente. Sulla funzione che la luce di Napoli ha svolto nella storia della pittura sono innumerevoli e di alto valore le testimonianze dei pittori e i giudizi dei critici: si pensi alla rivoluzione che quella luce ha consentito ai “posillipisti” di portare nella rappresentazione del paesaggio. Ma Ferdinand Gregorovius, lo storico tedesco innamorato dell’Italia e “vinto” da Napoli, vide in quella luce anche una connotazione politica. Nel 1854, mentre discorreva con un medico napoletano che era stato perseguitato dalla polizia borbonica per la sua amicizia con Carlo Poerio, Gregorovius notò una “grande quantità di lumi che si erano accesi alla Marinella, certo per una festa”, ed espresse ad alta voce la sua ammirazione. Ma il medico fece un commento sarcastico: “E’ uno spettacolo veramente stupendo. Così è il nostro popolo. E’ lieto ogni volta che ci sono feste, spettacoli, luminarie. Come potrà mai questa folla ignorante nutrire idee serie?”. Insomma, Napoli si governa con feste, farina e forca, come diceva don Luigi de’ Medici. Ma Gregorovius non era d’accordo: a Napoli anche il dispotismo assume caratteri particolari, che non si riscontrano in nessun’altra parte del mondo. “Sotto questo cielo ognuno può liberamente muoversi, tutti quanti i sensi provano la loro soddisfazione. La natura eguaglia tutto: non vi è luogo più democratico di Napoli. Chi potrebbe mai annullare questa magna charta della libertà?”.

Per rendersene conto, bastava osservare le decine di “lazzaroni, sudici e cenciosi” che nelle ore calde del pomeriggio dormivano sdraiati sotto il porticato della Chiesa di San Francesco di Paola, nella “Piazza Reale”, proprio di fronte alla Reggia che ospitava il re,  la Corte e gli uffici più importanti delle principali Amministrazioni. “In qualsiasi altra capitale d’Europa la polizia caccerebbe via tutti questi tipi che dormono nel portico di una chiesa, proprio di fronte al Palazzo Reale. Qui, invece, si riposano in assoluta tranquillità, e le sentinelle che passeggiano distratte in su e in giù presso le statue equestri di Carlo e di Ferdinando I guardano questi “lazzaroni” come la cosa più naturale del mondo.”.Gregorovius era incantato da via Toledo e da Chiaia “che è una strada meravigliosa”: come tutti i forestieri, non si stancava di ammirare lo spettacolo delle lussuose carrozze, dei carretti, dei carri a due ruote tirati dai muli, e la folla dei ricchi napoletani e dei “rappresentanti delle potenze straniere” che si snodava, a Chiaia, tra i giardini della Villa Reale “che sono aperti solo alle persone decentemente vestite” e i bagni, “che non sono alla portata delle borse moderne.”. Santa Lucia costituiva la “linea di confine” tra la parte aristocratica di Napoli e la parte popolare. Qui c’erano le locande di secondo ordine, cataste di carbone e di altri materiali occupavano le calate a mare, vi si muoveva senza sosta una folla di pescatori, di barcaioli, di “lazzari”, di piccoli mercanti e di “popolani” venuti “dalla campagna” a comprare “abiti e scarpe che riempiono le case da cima a fondo”, a girare tra “i caffè, le liquorerie, gli spacci di tabacco”, a osservare i “fruttaioli i quali tengono le arance e le angurie già tagliate a fette e vendono queste fette, per un tornese, ai compratori che le mangiano in piedi”: e poi “vere montagne di fichi d’India, di cui si nutre la gente più povera.”.  La curiosità di Gregorovius venne destata anche dagli “spicajuoli” che bollivano in pubblico, nelle nere caldaie, le pannocchie di granoturco e le vendevano – un “grano” per ogni “spica” – ai clienti invitati ad alta voce.

Gregorovius non ci dice se consumò una di quelle pannocchie: non crediamo che l’abbia fatto. Se avesse risposto alla “chiamata” degli “spicajuoli”,  avrebbe forse capito che c’era una qualche relazione tra il valore “politico” del sole di Napoli e quel “cibo di strada”. Nelle sue lettere egli cita tre volte la taverna al vico San Sepolcro a Toledo, che era famosa per  “purpetielli” e  “sciurilli”, i fiori di zucca fritti, ripieni o accompagnati ai maccheroni, e per il “filoscio”, la mitica frittata napoletana.

A settembre torneranno sul nostro giornale le “ricette” della cucina di Napoli e del Vesuvio, e le commenteremo con il racconto delle vicende di una storia fantastica: quella dei nostri “luoghi” visti attraverso le testimonianze dei forestieri, e attraverso la magia dei nomi.

La parola “filoscio” la si può tradurre in italiano con “frittata” ? E’ la stessa cosa?

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