D’Annunzio incontra a Napoli Vincenzo Gemito, “il genio Greco redivivo”.

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Chiuso nella clinica per malati mentali Fleurent nell’agosto del 1887, Vincenzo Gemito, da molti considerato il più grande scultore italiano del secondo Ottocento,  vi restò pochi giorni. “Seminudo, di notte, evase spezzando le sbarre e saltando le muraglie. …Io mi permetterò di dire che, sì, fu matto, alla maniera della follia di Napoli che è, ripetiamo, un modo della saggezza”. (Giovanni Artieri). Le “scene” con D’Annunzio, con Leonardo Bianchi e con Tommaso Celentano

 

Dopo quella fuga per quattordici anni Gemito non uscì di casa, vinto da due tormenti: aveva paura che lo riportassero in manicomio, ed era geloso di sua moglie, Nannina Cutolo, che era stata modella di pittori importanti. Una volta Nannina e Achille Minozzi chiesero a Leonardo Bianchi, il grande psichiatra, di recarsi a casa di Gemito per visitarlo, ma il professore fu costretto a scappare dalla finestra – un salto di un paio di metri -, per evitare le statuine di bronzo e i ferri del mestiere che lo scultore incominciò a lanciargli contro. Un giorno Tommaso Celentano si presentò nello studio di Gemito: dopo qualche chiacchiera, Gemito corse nella stanza accanto e tornò trascinando Nannina per i capelli: la gettò a terra ai piedi del pittore, la percosse brutalmente, poi andò a posare l’orecchio sul cuore di Celentano, che era rimasto immobile. Lo scultore capì che il pittore non era innamorato di sua moglie, e, gettando dalla finestra un pugnale che aveva tirato fuori dalla tasca della giacca, sentenziò: “ Tommà, io penso che sei innocente, ma ormai il verme roditore della gelosia mi è entrato nell’anima e io non posso vederti. Nun venì cchiù; scordati di Gemito, scordati della sua casa.”.Gabriele D’Annunzio – racconta Carlo Siviero – trovandosi a Napoli espresse il desiderio di conoscere Vincenzo Gemito: lo accompagnarono a casa dell’artista Francesco Michetti e Vincenzo Volpe, e a loro il poeta chiese di non rivelare subito il suo nome, “supponendo, a torto, che lo scultore avesse letto qualcuna delle sue opere e lo conoscesse”: del resto, era noto a tutti che Gemito aveva non solo una memoria formidabile, ma anche “una specie di senso divinatorio che spesso sgomenta”. I tre vennero ricevuti “con la solita cordiale indifferenza” nello studio del Maestro, che sciorinò i suoi “soliti discorsi paradossali, ricchi di immagini e di salti, nel tempo e nello spazio”, suscitando l’interesse del poeta che “se ne stava contro luce, appoggiato al davanzale della finestra”. All’improvviso, Gemito tacque, e, carezzandosi la barba, incominciò a fissare D’Annunzio.“ “ E questo signore?” chiese rivolto a Michetti: “non mi avete nemmeno detto chi è”, e, dopo una pausa, “Mo’ ve lo dico io…questo signore è un letterato…scrive…ma la sua arte non sempre piace… Già, ma io songo ‘o Pateterno, e con la mia potenza…”. Cominciò a dare in tali escandescenze che i tre visitatori, piano piano, si ritirarono, lasciandolo che sbraitava come un ossesso. Dalle finestre li seguì lungo la scalea di via Tasso, gesticolando e fendendo l’aria con colpi di una immaginaria durlindana”. Il racconto di Carlo Siviero è scritto a punta di pennello. D’Annunzio aveva già parlato di Gemito, autore di un ritratto in bronzo di Giuseppe Verdi, nella prefazione dell’”Ode a Verdi”, e aveva scritto che “questo giovinetto campano”, in cui “rivive il sentimento primitivo delle forze naturali”, aveva “inconsapevolmente l’anima religiosa dello statuario ateniese intento a cogliere le attitudini degli efebi e delle canefore nella processione delle Panatenaiche.. Era povero, nato dal popolo e all’implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungeva talora la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua.”. Di Gemito D’Annunzio parlò anche nel “Fuoco” e nel “Notturno” disegnandone definitivamente la “figura”  come quella di un Greco redivivo: e questa “figura” venne accettata da Alberto Savinio, per il quale “Gemito era il delegato della Grecia del V secolo presso la Napoli dell’Ottocento” e “una vita l’aveva vissuta nella Grecia presocratica, l’altra nell’Italia del Rinascimento”. Secondo Savinio, la sua pazzia nasceva proprio da questa condizione di trasmigrato. Carlo Siviero notò che a Napoli “quasi nessuno degli amatori e dei collezionisti d’arte aveva aperto le porte ai suoi disegni, materia che, in verità, giunge all’intelligenza di pochi eletti. Forma tra le più raffinate della pittura, il disegno è una lettera che l’artista scrive sempre con cuore sincero: è una confessione: stenografia di un pensiero plastico o pittorico”. E il ritratto di “Nannina” che correda l’articolo lo dimostra ampiamente.