“Emozione” deriva dal latino “emovere” (ex=fuori + movere=muovere) letteralmente portare fuori, smuovere, scuotere, agitare. Senza le emozioni, la nostra vita sarebbe priva di spessore, ricchezza e comunione con gli altri. Le emozioni sono ciò che ci rende umani. E questo vale tanto per quelle positive che per quelle negative. L’Associazione Psicologica Americana descrive l’emozione come un fenomeno complesso e reattivo, piacevole o spiacevole, che spesso si accompagna a una reazione anche di tipo fisico (per esempio rossore, pallore, cambiamento di espressione e così via). Secondo Ekman le emozioni primariesono sei: rabbia, paura, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto. Le emozioni secondarie si sono originate nel corso dello sviluppo filogenetico da quelle primarie e sono una combinazione di esse. Ne sono un esempio: allegria, rammarico, delusione, vergogna, orgoglio, gelosia, speranza, senso di colpa. Mentre i sentimenti sono stati d’animo più duraturi, complessi, personali e profondi. Le emozioni, invece, sono immediate e visibili. Ad esempio, la rabbia può portare a sensazioni di calore, la paura può causare tensione nel petto, mentre la gioia può diffondersi in tutto il corpo. Queste sensazioni sono il risultato dell’attività del sistema nervoso e limbico, che interagiscono con diverse aree del corpo per elaborare e rispondere alle emozioni. La paura ci ha permesso di avere un vantaggio evolutivo, tenendoci lontani dai pericoli; la tristezza ci consente di comunicare all’altro una richiesta di vicinanza per alleviare il dolore; la rabbia, ci informa sui nostri diritti. Le emozioni, sono considerate processi adattivi cruciali per la sopravvivenza che permettono di valutare il pericolo e attivare un comportamento adeguato (Leahy 2011). I bambini imparano a percepire ed esprimere le emozioni in base alle reazioni dei genitori e del contesto culturale.
La Animotofobia, sebbene non sia un termine diagnostico ufficiale, descrive una paura intensa delle proprie sensazioni. Questa paura può influenzare profondamente il benessere di un individuo.
L’Alessitimia, spesso definita “analfabetismo emotivo”, è caratterizzata da una ridotta capacità di riconoscere, elaborare e descrivere consapevolmente le proprie emozioni, così come quelle altrui. Gli individui alessitimici confondono frequentemente le sensazioni fisiche con gli stati emotivi e faticano a dare un nome ai propri sentimenti. La Filofobia è una manifestazione specifica della paura emotiva, definita come la paura di amare, di aprirsi all’altra persona senza riserve e in modo consapevole. Questa condizione impedisce gravemente di vivere appieno le relazioni, creando spesso barriere insormontabili all’intimità. L’ansia è temuta perché percepita come un infallibile predittore di esiti negativi, portando alla convinzione pervasiva che qualcosa di terribile sia sempre imminente e che nessuno sia degno di fiducia.La rabbia, sebbene spesso associata all’autostima e alla difesa dei confini, per coloro che la temono è profondamente radicata nella vergogna. Essi incolpano gli altri di suscitarla e la percepiscono come inefficace, portando alla convinzione che i loro tentativi di affermarsi saranno vanificati, con conseguente isolamento e sensazione di essere “rotti”. La tristezza è temuta perché si crede che non avrà mai fine. Gli individui percepiscono la tristezza cronica, in particolare negli stati depressivi, come una cicatrice permanente e presagio di disperazione. Anche le gioia, emozioneapparentemente positiva può essere temuta. Questo paradosso emerge quando la gioia o l’orgoglio per sé stessi o per i propri successi vengono accolti da ridicolo, censura o pensieri critici interni. Ciò può portare alla convinzione di essere “niente” o di non essere “autorizzati a sentirsi orgogliosi di essere bravi“, trasformando l’esperienza della gioia in ansia.
Valutiamo le emozioni e ritenerle pericolose, inutili, dannose o, al contrario, utili, legittime e tollerabili (Leahy et al, 2011). Come mai? Pensiamo una persona che, difronte alla manifestazione della propria rabbia, riceva risposte accoglienti del tipo: ”ècomprensibile che ti arrabbi”, “molti come te si sentirebbero allo stesso modo”, “ti senti così perché per te questa cosa è importante”. Avremmo, di conseguenza, la costruzione di credenze per le quali la rabbia ha un significato, è legittimo provarla e riconduce a valori per noi importanti. Al contrario, supponiamo di ricevere risposte come: “mi sembra di avere a che fare con un bambino capriccioso! Cresci!”, “le ragazze non si arrabbiano, smettila!” e via dicendo. In questo caso, molto probabilmente, assoceremo alla rabbia credenze negative.
Come gestire e superare la paura delle emozioni? Ecco alcuni consigli:
In conclusione: ascoltare le emozioni, significa non considerarle fastidiose presenze da evitare e scacciare, ma indispensabili compagne di viaggio.
Giuseppe Auriemma
Medico Psichiatra
Psicoterapeuta
Psico-Oncologo



