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“Conversazione sull’Eternità.”. Andrea Camilleri interpreta Tiresia, una “figura” perfetta della sapienza greca.

Nello spazio fascinoso del Teatro Greco di Siracusa Andrea Camilleri si confronta con la sua età – 93 anni – con la sua cecità, con il Tempo e con la percezione dell’Eternità parlando a un pubblico incantato di Tiresia, il cieco indovino che fu femmina e maschio e che spiegò a Edipo che gli occhi ci fanno vedere le apparenze, quasi sempre ingannevoli, ma non sono indispensabili per “vedere” la verità.

 

Ci sono dei momenti in cui il tempo si ferma e il genio “inventa” situazioni definitive e irripetibili. A Siracusa, nel Teatro Greco, Andrea Camilleri, a 93 anni, cieco, cieco come Omero e come Borges, racconta al pubblico cosa si prova nel sentire l’avvicinarsi dell’Eternità: e per farsi capire parla di Tiresia, l’indovino cieco. Nella figura mitica di Tiresia lo spirito greco ha condensato un sistema complesso di sensi: Tiresia incontra due serpenti avvinti in un accoppiamento, uccide la femmina, e immediatamente da maschio diventa femmina, femmina a tutti gli effetti, con tutti gli annessi e i connessi. Dopo sette anni ritorna maschio. Un giorno Zeus e Era- Giunone, non avendo altro da fare, si mettono a discutere su un tema “spinto”: nel rapporto sessuale gode di più l’uomo o la donna? Chiedono il parere di Tiresia, che è maschio, ma è stato anche femmina: e Tiresia dice che gode di più la donna, e spiega anche perché. Era – Giunone, non sopportando che vengano rivelati i segreti della femminilità, condanna Tiresia alla cecità: ma Zeus, per consolarlo, e per dimostrare che conta qualcosa anche lui, gli dà la capacità di “vedere” il futuro. Secondo un’altra versione del mito, Tiresia si permette di spiare Atena che fa il bagno nuda, e la dea prima lo condanna alla cecità, poi, mossa da pietà, lo rende indovino.

Andrea Camilleri ha spiegato al pubblico che la cecità è garanzia del sapere autentico, del sapere che non viene distratto e ingannato dalle apparenze, ma nasce dall’eternità assoluta delle idee: a un certo punto il pubblico, conquistato dalla voce di Camilleri che sembra venir su dalla profondità del Tempo, incantato dalla sua meravigliosa arte del raccontare e dalla suggestione del luogo, ha “sentito” il manifestarsi di un prodigio, e ha “visto” nel cieco narratore seduto sul palcoscenico il cieco indovino. Tiresia è il protagonista di una delle pagine più alte della letteratura universale, l’agitato dialogo con Edipo, nell’” Edipo Re” di Sofocle. Con Edipo il destino si è ferocemente divertito. Edipo, re di Tebe, non sa di aver ucciso il padre, non sa di essere diventato il marito di sua madre, non sa di essere, per tutto questo, il vero e solo responsabile della pestilenza che flagella la città. Dunque, egli chiede lumi a Tiresia che, sollecitato, pregato, minacciato, infine svela a Edipo la terribile verità:” Dico che l’uccisore di Laio, tuo padre, sei tu….dico che trattieni la relazione più turpe con i tuoi congiunti più stretti, dico che sei sprofondato in un abisso di nefandezza, e non lo vedi.”. Edipo, sconvolto e persuaso che Tiresia lo stia calunniando perché fa parte di una congiura organizzata contro di lui, gli rinfaccia la sua cecità: “…Per te la verità non esiste. Tu sei cieco anche di orecchi e di mente, come sei cieco negli occhi..”. Tremenda è la risposta dell’indovino: “Infelice  ! Tu rinfacci a me la cecità che tra poco tutti i cittadini rinfacceranno a te…tu hai gli occhi per vedere, ma non vedi in quale abisso di miseria ti trovi…”. Edipo conduce le indagini per smascherare l’uccisore di Laio, e alla fine scopre che Tiresia gli ha detto la verità, tutta la verità: è lui l’uccisore del padre, e Giocasta, sua moglie, è anche sua madre. Alla fine, Edipo si acceca, si libera degli occhi che lo hanno ingannato. Fu Beniamino Placide a dire che l” Edipo Re” è un “giallo alla Hitchcock”.

Ma Camilleri- Tiresia ha attraversato tutti gli spazi letterari che gli scrittori hanno dedicato all’indovino greco, da Omero, a Ovidio, a Dante, da Apollinaire, a Ezra Pound, a Eliot.  Nel poemetto “Terra desolata” Eliot chiama Tiresia ad essere testimone di un incontro d’amore tra una dattilografa e un giovanotto “foruncoloso”, e a “vedere” come sarà il loro domani. Bisogna dire che non è difficile indovinarlo: il giovanotto è impiegato in una piccola agenzia di locazione, “uno di bassa estrazione /a cui la sicurezza si addice/ come il cilindro a un cafone rifatto…E io Tiresia ho presofferto / tutto ciò che si compie su questo divano, su questo letto.”.  Camilleri conclude la sua conversazione ricordando Primo Levi, che ha parlato di Tiresia nel romanzo “La chiave a stella”: e il ricordo di Levi lo induce ad esprimere la sua preoccupazione che l’umanità intera sia minacciata dalla più feroce delle trasformazioni, quella dell’uomo che diventa un non- uomo. Ha scritto Rodolfo Di Giammarco:  “Vorremmo abbracciare Camilleri, dirgli che ha capito il passato, il presente e forse il futuro.” ( la Repubblica, 13 giugno).

Consiglio la lettura dell’articolo agli intellettuali persuasi che la civiltà greca non abbia più nulla da dirci.

 

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