Come, nel 1668, gli Ottajanesi fecero riaprire il monastero del Carmine…

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Il monastero era stato chiuso nel 1654. I “notabili” e gli “umili” ottajanesi, scossi dal “prodigio” che la Madonna del Carmine aveva compiuto bloccando nel “suo” giorno, il 16 luglio 1660, l’eruzione del Vesuvio, chiesero che il monastero venisse riaperto. La trattativa si concluse positivamente nel 1668, anche perché il vicario generale del vescovo di Nola riuscì a “ungere”, a Roma, le “ruote” adatte con 1000 ducati. Certi usi sono eterni e universali.

 

La tempesta scatenata da Masaniello scosse anche il “clima” di Ottajano. Nel luglio del 1647 una folla di rivoltosi circondò il castello – allora era ancora un vero e proprio castello – minacciò Diana Caracciolo, moglie di Ottaviano de’ Medici – il principe si trovava a Sarno con le truppe spagnole -, e fece a pezzi il cappellano, che la Caracciolo aveva mandato al macello ordinandogli di calmare i ribelli con promesse che il marito non avrebbe tenuto in nessun conto: gli Ottajanesi, che conoscevano bene il Medici, ne erano certi. I quattro Frati Carmelitani che custodivano la chiesa si rifugiarono prudentemente a Napoli, nel Monastero di  piazza Mercato che fu il teatro più importante della storia di Masaniello fino all’ultima ora dell’ultimo giorno. Nel 1654 anche il monastero di Ottajano venne inserito nell’ elenco dei “conventicoli” destinati a chiusura definitiva. Nelle linee generali la politica di riorganizzazione di conventi e monasteri rispondeva a una logica amministrativa attenta a ridurre le spese e i centri di controllo dei beni. I Carmelitani di Ottajano non vennero salvati dalla fama della loro integrità morale, né dal favore degli Ottajanesi “umili”, legati sempre più saldamente al culto della Madonna Nera e grati ai frati per la generosa assistenza che prestavano a chi ne aveva bisogno. E’ probabile che anche a Ottajano, come in altre comunità del Viceregno, i Carmelitani suscitassero l’invidia degli altri Ordini perché ampliavano il patrimonio del loro Ordine attraverso il flusso di lasciti e di donazioni che la devozione particolare per la Madonna Nera alimentava senza sosta. Tra l’altro, a Ottajano, i Domenicani e i Serviti che, pure diedero un importante contributo al progresso morale e materiale della comunità, erano visti come gli Ordini del Principe, poiché erano stati chiamati nel feudo dai Medici e ne avevano ricevuto in dono chiese, conventi, case e masserie. Dunque, nel 1654 il monastero ottajanese venne chiuso. Nel 1660 il Vesuvio eruttò. Dell’eruzione iniziata il 3 luglio  il segretario del Comune di Ottajano scrisse una relazione, diciamo così, in diretta, mentre il vulcano ancora “vomitava” lave, ceneri e lapilli: “…Questa esalatione di incendio, come ha piaciuto a Dio, ha continuato a mandare fuori rapilli arene et cenere in grande quantità et copia in una grande parte delli nostri territori et Abitato per tutto il 15 del detto mese di luglio. Et a 16, giornata della Gloriosa Madre di Dio Santa Maria del Carmine, si vide cessare tale esalazione, per il che se ne deve fare festa eternamente in detta giornata per la gratia ricevuta da nostro Signore per mezzo della Sua Madre Santissima del Carmine”. Gli Ottajanesi parlarono apertamente di “miracolo” e da quel momento incominciarono a “sentire” la Madonna del Carmine come Compatrona della città: in molti atti notarili del ‘600 e del primo ‘700 San Michele e la SS. Maria del Carmine sono invocati insieme come garanti della sincerità dei testimoni e dei testanti. Nel 1665 gli Eletti, a nome dei cittadini tutti, chiesero che venisse riaperto il monastero: grazie all’ intervento di Diana Caracciolo , principessa di Ottajano,le trattative con la Santa Sede vennero affidate a Giovanni Vincenzo Amati, vicario generale del vescovo di Nola. Le trattative furono lente e complicate: nel maggio del ’68, notando che si erano del tutto bloccate, incominciarono a muoversi i Medici e le famiglie dei “notabili”, ma anche “le turbe degli umili” cittadini fecero sentire la loro voce, protestando davanti alle chiese durante le cerimonie religiose e agitando, minacciosi, bastoni e forconi: Masaniello qualcosa lo aveva insegnato. Le trattative ripartirono , l’Amati riuscì a “ungere”, a Roma,  le ruote adatte con 1000 ducati – anche allora il grasso per “ungere” costava parecchio – e la questione fu risolta: Clemente IX diede il suo assenso. Il 14 ottobre 1668 il segretario della “Universitas Octajani” scrisse, in bella grafia, negli atti del Comune, che “per la “Dei gratia” lo venerabile monastero di detta Terra, dei Rev. Padri Carmelitani, “olim soppresso” era stato “reintegrato”. Il Priore del Monastero napoletano di S. Maria del Carmine Maggiore inviò a Ottajano, con dieci Padri Carmelitani, il Maestro Moscarella, che aveva il compito di farsi restituire il monastero e il patrimonio.