Come Gianni Brera raccontò la sconfitta più umiliante della storia del calcio italiano. Il disastro di Middlesbrough confermò una maledizione tutta italiana: affidare il bastone di generale a personaggi capaci, forse, solo di fare i caporali. Senza offendere i caporali.
L’Italia, allenata da Mondino Fabbri, batte a Napoli, il 7 dicembre 1965, la Scozia, per 3-0 e si qualifica per la fase finale della Coppa del Mondo, che si giocherà in Inghilterra. Il 19 marzo del ’66 la Nazionale incontra in amichevole la Francia, a Parigi. “La formazione è piena di giovani promesse” scrive Gianni Brera, i cui articoli sono il filo di Arianna di questi miei ricordi. “Albertosi, Burgnich, Facchetti, Rosato, Salvadore, Pirovano, Domenghini, Rivera, Mazzola, Corso, Riva”. Silvestri, l’allenatore del Cagliari, consiglia a Brera di seguire con attenzione Luigi Riva, gli giura che è un fenomeno dalla potenza ciclonica. Ma gli “abatini” del nostro centrocampo non ritengono Riva degno dei loro lanci, danzano, “tocchettano”, ricamano calcio rococò. La partita finisce 0-0 e Fabbri esclude Riva dalla prima squadra, mette dentro Bulgarelli a centrocampo,e, all’attacco, Pascutti e Barison. Le altre amichevoli gli danno ragione: 6 gol alla Bulgaria, 1 gol all’ Austria, 3 gol all’Argentina di una sola stella, il terzino Marzolini, elegante come un ballerino di tango, 5 gol al Messico del centravanti Cisneros, che ha la faccia indecifrabile di un principe azteco.
Iniziano i Mondiali: nel nostro girone ci fanno compagnia il Cile, l’Urss “ e la misteriosa Corea del Nord”. Nel Cile gioca Lionel Sanchez, uno dei pochi superstiti della squadra che quattro anni prima, nei Mondiali giocati in casa, aveva massacrato con pugni e con entrate spaccaossa i calciatori italiani, sotto lo sguardo impassibile dell’arbitro inglese Aston. Ma a Sunderland, il 13 luglio, Sanchez il pugile non tocca letteralmente palla, dal primo all’ultimo minuto: perché è affidato alle cure di Burgnich, un mastino così terribile che per mettere paura, soprattutto a chi ha la coscienza sporca, non ha bisogno nemmeno di ringhiare. L’Italia vince due a zero, ma gioca male: Brera e i breriani sparano a palle incatenate su Rivera, che “ha giocato con insopportabile distacco, quasi sempre guardando correre gli altri”. Fabbri si adegua, fa fuori Rivera, ma il 16 luglio, giorno sacro alla Madonna del Carmine, una Italia “patetica” perde con l’Urss: ci punisce Cislenko “con Facchetti esitante nel tackle fino alla mortificazione”.
Sulla squadra e sul suo allenatore, “l’ometto”, diluviano insulti: per fortuna, scrivono i giornalisti, l’Italia ha perduto l’onore, ma non la qualificazione: è sufficiente pareggiare con la Corea del Nord, ed è fatta. Per quanto fosse pessimista, anche Brera si sbilanciò:” se arrivassimo a perdere persino con la Corea, cambierei mestiere: basta scrivere di calcio: al diavolo i miei zoppissimi Achilli”.Racconterà poi Brera, e nessuno lo smentirà, che tutti i giornalisti, e dunque anche lui, mandano a Fabbri, in gran segreto, bigliettini con la formazione. “Il tecnico del tortellino” – Mondino Fabbri era nato a Castel Bolognese – getta via, con sdegno, i pizzini dei giornalisti a lui ostili, compreso quello di Brera, denuncia, “diffida, insulta”: ma tace su quelli inviati dai giornalisti suoi amici, tace e acconsente. Ferruccio Valcareggi ha seguito i nordcoreani e conforta Fabbri con il suo lapidario giudizio: “Sono come Ridolini”, sono delle “macchiette”. E Fabbri, confortato, fa il gradasso: faremo 3 gol nei primi dieci minuti. E’ così sicuro di sé che quel fatale 19 luglio, a Middlesbrough, mette in campo anche Bulgarelli, che ha un ginocchio a pezzi, e non vorrebbe giocare. Al 34’ il centrocampista è costretto a uscire, l’Italia rimane in dieci, al 42’ il dentista Pak DooIk mette la palla in rete. Ed è la fine.
L’epica della catastrofe detta a Brera una pagina memorabile: “Giornata amara, giornata di vergogna. Una mesta broccaggine sembra essersi impadronita dei nostri giocatori. Undici ragazzi coreani sprovveduti di tecnica ma non certo di coraggio hanno messo sotto, votandoli a una ignobile fine, i nostri miliardari, brocchetti vuoti come canne, paurosi e imbellli, esaltati da megalomani dei quali purtroppo siamo stati complici …Lasciamo il campo fra risate giustamente beffarde e ingiuriose. Intorno a noi, risate, soltanto risate. Al diavolo, dico al diavolo, tutto ciò.”.
Al ritorno, gli sconfitti vennero accolti da scrosci di pomodori marci. E le risate durarono a lungo. Qualcuno confessò il sospetto che la Corea del Nord avesse sostituito nell’intervallo tutti i giocatori: sono tutti uguali questi asiatici, non se ne è accorto nessuno, nemmeno i calciatori italiani. Ci volle poco perché il sospetto si trasformasse per molti Italiani in verità di fede. Mondino Fabbri, da parte sua, alluse, dicendo e non dicendo, alle iniezioni che il medico federale Fino Fini faceva ai giocatori per tenerli su, e invece quelli si abbacchiavano, si accasciavano: “il medico sbagliava la droga e tutto è andato in rovina”. E perché la sbagliava, il traditore? : ma perché prendeva ordine dal partito dei difensivisti, Viani, Herrera, lo stesso Brera: i catenacciari gli avevano imposto di affondare Mondino Fabbri, profeta del calcio d’attacco. “Era una comica pietosa – scrisse Brera – e per giunta faceva tanto caldo. Fabbri non è uscito pazzo perché crede fermamente in Dio e in sé”.
1966: la luce del miracolo economico splendeva piena sull’Italia, alcuni piani – non tutti, ovviamente – della società italiana si aprivano per la prima volta a chi veniva da giù, i figli degli operai e dei piccoli impiegati arrivavano all’università e diventavano ingegneri, fisici, dottori, avvocati, insegnanti. Quella partita ci fece capire che il calcio è un modello della vita, che nella mischia non bisogna tirare indietro la gamba, e che è inutile prendersela con il Caso che ha mandato due palle da gol sul piede rozzo di Perani: chi si chiama Rivera deve mettersi al timone della barca che sta sul punto di sbattere sugli scogli; chi si chiama Rivera, le occasioni da gol non le chiede al Caso, ma se le crea. Si radicò in molti di noi un’amara certezza: che noi Italiani abbiamo la tendenza ad affidare il bastone di generale a uomini che potrebbero fare, tutt’al più, i caporali. Senza offendere i caporali.
In quei giorni la mia classe sosteneva gli esami di licenza liceale. Il commissario di storia e di filosofia chiese quasi a tutti di parlare della III guerra di indipendenza, che era stata, giusto cento anni prima, la prima guerra dell’Italia unita, una maledetta guerra in cui il valore dei soldati italiani era stato umiliato dagli Austriaci a Custoza, per la pochezza dei generali Lamarmora e Cialdini, e nel mare di Lissa per la vigliaccheria dell’ammiraglio Persano, che fu degradato. “C’è tutta la storia d’Italia in questa guerra – amava ripetere l’esaminatore -, c’è il segno di quella nera maledizione che ci porta ad affrontare le sfide decisive con gli uomini sbagliati al posto sbagliato.”.
In quei giorni anche Mondino Fabbri gli diede ragione.






