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Bimba di 16 mesi lanciata dal balcone, domani la sentenza: il pm ha chiesto l’ergastolo per il padre

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 Attesa per domani la sentenza che deciderà il destino di Salvatore Narciso, imputato per l’omicidio di sua figlia Ginevra, una bimba di appena sedici mesi, morta il 15 luglio del 2019. Ginevra fu scaraventata giù dal balcone della casa dei nonni materni, in via Cozzolino a San Gennaro Vesuviano. L’impatto non le lasciò scampo e, come si accertò poi, fu talmente violento da sfondarle il cranio. Poco dopo arrivò sul selciato un altro corpo, quello di suo padre, Salvatore Narciso. Omicidio, tentativo di suicidio, si disse allora. E infatti Narciso, che nell’impatto riportò ferite gravi, è accusato di aver ucciso la piccola, frutto del matrimonio con Agnese D’Avino. Per lui, il pubblico ministero ha chiesto l’ergastolo.

Da quel terribile giorno d’estate, la verità giudiziaria ancora non c’è e nell’ultima udienza anche i legali di parte civile, gli avvocati Sabato Graziano, Giuseppe Attratto e Francesco Ponzi che assistono la mamma e i nonni della piccola vittima, hanno avuto modo di evidenziare le proprie convinzioni anche alla luce della perizia psichiatrica su Salvatore Narciso, una valutazione disposta dalla corte su richiesta della parte civile. Per i consulenti della difesa di Narciso, laureato in economia e giurisprudenza che all’epoca dei fatti si occupava di diritto bancario in uno studio legale di Caserta, l’imputato era incapace e intendere e di volere nel momento in cui, per sua mano, si spezzava la vita della piccola Ginevra. Ma la relazione di perizia specialistica, firmata dallo psichiatra Alfonso Tramontano dice tutt’altro. Un soggetto che avrebbe sì necessità di cure cliniche, ma penalmente imputabile. Non riscontra, il perito, elementi sufficienti per rilevare in Narciso, al momento del fatto, l’esistenza di uno stato d’infermità. «Personalità immatura, evitante, dipendente, focalizzata sui propri bisogno e sulla ricerca del riconoscimento sociale, con problemi di adattamento che, in presenza di stress, possono portare ad una gestione del malessere veicolata dalla rabbia e il passaggio ad un’impulsività mal controllata». Ma chi è Salvatore Narciso, cosa è successo quel giorno d’estate a casa D’Avino, perché è morta Ginevra? A prescindere da cosa dirà la sentenza, ad alcune di queste domande rispondono le numerose intercettazioni che dopo la morte della piccola gli inquirenti hanno disposto e i racconti di Agnese D’Avino, medico, che moglie e madre non è più da quel giorno di luglio. Nelle intercettazioni, mentre Narciso era ricoverato dopo la caduta, colloquia con i suoi familiari, preoccupati soprattutto di un’eventuale presa sui media del processo… «Se no arriva anche Barbara d’Urso»… , tutti concentrati sulla tesi di un «interruttore». Interruttore spento, incapacità di intendere e volere. E ancora, al limite dell’agghiacciante, Narciso invita i suoi congiunti, appena dopo dieci giorni la morte di Ginevra, a vendere le cose della bimba, passeggino, giocattoli, vestiti, persino gli omogeneizzati.  La perizia della corte, che dovrebbe essere decisiva per la sentenza da tempo attesa, mette in luce altro, soprattutto la lucidità dell’imputato che pure ha tentato il suicidio in carcere, per ben due volte. Un gesto folle e un autore, plasticamente e terribilmente «normale».

 

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