Per il nuovo anno, un augurio di speranza per tutti i giovani che sono il futuro dell’Italia.
Non sono di certo pochi i “pensieri” di un Papa, colui che basta appena un accento per trasformare in “papà”. E quale, tra i tanti, è il maggiore tra i pensieri di un padre? Naturalmente quello per i propri figli, soprattutto quelli che ancora non hanno trovato la propria strada. E allora ecco che nella tradizionale omelia del Te Deum, ringraziamento per l’anno appena terminato, il Pontefice non si limita ai soliti buoni propositi ma lancia un allarme: “non si può parlare di futuro senza assumere la responsabilità che abbiamo verso i nostri giovani; più che responsabilità, la parola giusta è debito”.
Un atto d’accusa duro e sincero contro la cultura che “idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna” – ha detto. “Paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati” e costretti “a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono”, ha aggiunto. “Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano” ai giovani “di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società”.
Aprite gli occhi, sembra ammonire il Papa. Alzate la testa dalle misere beghe che troppo spesso occupano le vostre giornate e guardate, contate, tutte le valigie che ogni giorno attraversano i nostri confini e no, non per andare a farsi qualche selfie dall’altra parte. In quelle valigie, tra una fotografia e una bottiglia di sugo della nonna, c’è il futuro di un Paese intero, che se ne va. Ormai partire, per i ragazzi che vogliano avere una qualche speranza di vivere, e non meramente sopravvivere, è diventato la normalità: la stranezza è restare.
Anche il Presidente Mattarella ieri, nel discorso di fine anno, ha espresso parole forti sull’argomento: va bene partire per accrescere il proprio bagaglio di conoscenze, ma quando lo si fa perché non si hanno alternative diventa una patologia, la malattia di una nazione.
E cosa si lascia alle spalle questo esercito, sempre più grande, in marcia verso l’ignoto? Un Paese più povero e una grande tristezza.
Per questo, il Papa/papà sente il dovere di consolarci: Dio, “lungi dall’essere chiuso in uno stato di idea o di essenza astratta, ha voluto essere vicino a tutti quelli che si sentono perduti, mortificati, feriti, scoraggiati, sconsolati e intimiditi. Vicino a tutti quelli che nella loro carne portano il peso della lontananza e della solitudine”.
E quindi l’augurio per il nuovo anno non può essere che di speranza. La speranza che i sogni possiamo continuare a tenerli nei cassetti, come è sempre stato, e che non saremo più costretti a forza a chiuderli in una valigia.
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