“Amo più Pompei che Parigi” scrisse Herman Melville

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Sei anni prima Melville aveva pubblicato “Moby Dick” che solo dopo la morte dell’autore conquistò fama universale. Melville giunse a Napoli il 18 febbraio del 1857, dopo un viaggio di 30 ore su un vapore della compagnia “Florio” partito da Messina, e prese alloggio nell’ hotel de Genève, a via Medina: ne era direttore Marc Monnier. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Filippo Palizzi “Fanciulla negli scavi di Pompei”.

Melville sperava forse che la Sicilia e Napoli lo liberassero, per qualche giorno, dal peso dei problemi fisici e dalla depressione: di questa si era accorta anche Nathaniel Hawthorne, prima che Herman partisse. Ma la salute non torna: nemmeno Posillipo mette in pausa la sua sofferenza, come invece promette il nome greco del luogo. Napoli l’accoglie con il “Carnevale”, ma subito lo scrittore si accorge che i cannoni di Ferdinando II non sono puntati verso il mare, da dove possono arrivare i nemici, ma sulla città, sul popolo napoletano: e metterà in risalto queste contraddizioni nella satira in versi “Napoli ai tempi del re Bomba”, che verrà pubblicata solo all’inizio del ‘900. Nel suo “Diario italiano” – è la parte del “Journal”, tradotta e pubblicata da Guido Botta – Melville registra “rapide, quasi scheletriche notazioni che valgono molto più di lunghe pagine laboriosamente composte” (Gino Doria). E’ la brevità che caratterizza il racconto di molti viaggiatori che hanno visitato e raccontato Napoli e il Napoletano: speravano forse che la sintesi li aiutasse a trovare l’immagine perfetta e definitiva della città. “ Mi sono avventurato da solo per una passeggiata. Strada di Toledo. Bella via. Broadway. Torme di gente. Splendore della città. Il palazzo – soldati- musica – risuonar d’armi per tutta la città. Le truppe che sciamano da sotto un’arcata. I cannoni messi in posizione all’interno. I cocchi reali nel palazzo – i vapori reali”. Un giorno, quando esce dall’albergo, Melville è fermato da un commissario di polizia, che però parla solo l’italiano e il napoletano: per fortuna, interviene un altro “turista”, l’avvocato P. Warren Rousse, che cerca di capire cosa sta succedendo, e se Melville ha tutti “i visti” necessari per restare a Napoli il tempo consentito a uno straniero, due settimane. “Ma quale che fosse la cagione della visita del commissario, tutto si sistemò mediante il pagamento di un napoleone d’oro” (Gino Doria).Non siate malpensanti: il napoleone d’oro non lo intasca il commissario, ma serve “per mettere il passaporto in regola”. Su Pompei Melville scrive cose profonde: “Pompei è uguale ad ogni altra città. La stessa antica umanità. Che si sia vivi o morti non fa differenza. Pompei è un sermone incoraggiante. Amo più Pompei che Parigi. C’erano lì delle guardie silenziose come il Mar Morto.”. Le note di Melville sono dominate dai due cardini del suo stile narrativo: il movimento e l’intreccio degli spazi. “Sono andato in vettura alla Cattedrale di San Gennaro. Bellissima. Di lì una scarrozzata promiscua attraverso la parte più antica e meno elegante della città. Lunghi vicoli angusti, archi, folla. Giocolieri in una strada stretta. Hanno bloccato la via. Balconi con donne. Un panno sul selciato. Dopo una naturale riluttanza ci hanno dato strada. Uno spasso. Mi sono voltato indietro e ho reso il più grato e grazioso inchino di cui sono stato capace. Dai balconi mi hanno sventolato fazzoletti. Grida di simpatia. Mi sono sentito più orgoglioso di un imperatore. Una vecchia carrozzella mal ridotta, ma il vetturino è un buon diavolo. Straordinario numero di negozi. Folle di oziosi. Noiosi lazzaroni. Mi sono fermato in una curiosa vecchia cappellina. La statua in una rete”. La “cappellina” è la Cappella di San Severo e la statua è quella del “Vizio scoperto”. Con la parola Melville cerca di “domare” anche il “mostro”, il Vesuvio: “Vigneti sulle pendici. Arrampicata sulle ceneri. Aggrappato alla guida. Discussione. Il vecchio cratere di Pompei. Il cratere attuale è come una vecchia miniera abbandonata – l’uomo che brucia- rosso e giallo. Tuonante. Boati. Una lingua di fuoco. Sono sceso nel cratere. Liquirizia congelata. Sono sceso a valle in gran fretta. Crepuscolo. Cavalcata nel buio. A Torre Annunziata trovo un vetturino per Napoli. Una corsa nel freddo, senza soprabito. Ritorno all’hotel a mezzanotte. Cena a letto”. E’ indimenticabile l’immagine della liquirizia congelata abbinata al cratere del vulcano. Melville aveva scritto nel suo capolavoro: “Queequeg era nativo di Rokovoko, un’isola lontanissima a sud-ovest. Non è segnata in nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai”.