Come un attore del teatro greco e come il pifferaio magico, l’on. Berlusconi ha costretto il popolo italiano a svuotare quasi tutti i pozzi della propria nera coscienza.
Quando ho visto su La Repubblica (29 ottobre) la “maschera“ del Cavalier Berlusconi che minacciava di ritirare al dott. Monti il sostegno del suo partito, ho pensato subito a un capolavoro di George Grosz, il ritratto dello scrittore Max Herman Neisse, che correda questo articolo. La rigidità artritica delle dita è la stessa, le labbra dell’uno e dell’altro si protendono nel compiacimento morboso di sé, gli occhi del Cavaliere si spengono dietro invisibili lenti, il volume delle teste si squadra, e lo scrittore e il politico pare che siano incastrati nella nicchia di un vuoto senza tempo, in attesa di una imminente implosione. (VEDI)
Per i Francesi, i Tedeschi e gli Inglesi è più facile farsi quell’esame di coscienza a cui ogni popolo deve, di tanto in tanto, sottoporsi. É più facile perché nella loro memoria storica ci sono i segni dei tempi in cui vissero nel silenzio delle selve, adorarono il sole, subirono il fascino delle tenebre, e impararono a credere che fosse agevole distinguere il bene dal male e l’amico dal nemico con lo stesso rigore con cui la luce si distingue dal buio. Nella memoria storica degli Italiani ci sono solo i segni della città: le pietre, le mura, le strade, le corti, i templi, le chiese, le sacrestie, e l’intelligenza tessitrice di opere geniali, ma anche di inganni. Non è facile per noi accendere la luce sulle tenebre della nostra anima, sul groviglio di serpi che vi si contorce.
Quando finirono il fascismo e la guerra, la D.C. ci procurò il rinvio della prova, ma quando crollò la Prima Repubblica gli Italiani si videro costretti a mettersi davanti allo specchio e a guardarsi. E come gli Ateniesi del sec.V a.C. andavano a teatro a prendere coscienza della parte buia della loro psiche, “mimata“ dalle tragedie, dai drammi satireschi e dalle commedie, così noi inventammo il Cavaliere, gli chiedemmo di salire sul palcoscenico e di recitare la parte provocatoria del pifferaio magico che tira fuori dalla melma dell’anima nazionale topi, serpi e altri viscidi animali. Era necessario che il pifferaio si illudesse di essere un incantatore, di trascinarci dietro di lui a suo piacimento: oggi possiamo dire che il Cavaliere è stato perfetto nel ruolo: mimo, attore, venditore di pubblicità, padrone di televisioni e di giornali, convinto di manipolare un popolo che invece lo manipolava, di dominare un pubblico che invece si serviva di lui.
Lui suonava il suo flauto e dalle tane dell’anima nazionale venivano fuori, come in un corteo da burlesque, i ratti dell’ipocrisia e le pantegane della legalità: che però la sera andavano ad Arcore a rosicchiare la crostata, e nel 1996 brevettarono la formula dell’ “antagonismo collaborante“, messa a punto dall’alchimista dott. D’Alema: “mai con Berlusconi, ma, se lo richiede il bene della nazione, anche con Berlusconi“. Era la sbiadita copia di un’ idea di Aldo Moro, “le convergenze parallele”. Beppe Severgnini nel libro “La pancia degli italiani- Berlusconi svelato ai posteri“ (2010) ha elencato i fattori che hanno determinato, a parer suo, i trionfi del Cavaliere. Credo che ne abbia dimenticato uno importante, “il fattore Caino“, quello che indusse mani amiche a pugnalare alle spalle il governo Prodi per due volte, nel 1998 e nel 2008.
Il duplice omicidio fu anche il suicidio della Sinistra, oltre che un monito sarcastico che il popolo rivolgeva al pifferaio: non esaltarti, non crederti onnipotente: Prodi, che non buca il video nemmeno con il trapano, ti ha sfidato due volte e ti ha battuto l’una e l’altra volta. Ma l’on. Berlusconi non poteva capire. Tutti gli andavano dietro. Suonava il flauto e uscivano dalle sacrestie i preti di Curia, quelli che non intendono San Francesco, i teologi degli affari, i vescovi e i cardinali della Città terrena, dei patrimoni esenti da tasse, i martiri della ricchezza che per salvarci dai peccati del lusso si impregnano di tutto il fetore del danaro: non ne lasciano in giro nemmeno un centesimo. L’on. Berlusconi suonava e si ammassavano sotto le sue bandiere faccendieri, affaristi, baldracche, tangentisti, evasori fiscali, e tutti gli altri “mostri“ che da due millenni fanno parte della fauna nazionale.
Più o meno nuovi erano solo i leghisti, ma poi, per fortuna, si sono subito adeguati. Per aiutarci a svuotare i pozzi neri dell’anima nazionale l’on. Berlusconi ha fatto il peccatore e il capro espiatorio: che ci serve, come ha scritto Michele Serra a proposito della casta, per scaricare le nostre colpe. E, da buon cenciaiolo, il Cavaliere ha sciorinato sotto i nostri occhi tutte le “mappine“ maschili e femminili a cui noi abbiamo affidato l’amministrazione della cosa pubblica. Perché noi tutti siamo andati a votare con il porcellum, noi tutti abbiamo ingoiato il rospo dei listini bloccati: e il signor Bersani continua a dire che le preferenze sono pericolose, perché favoriscono il voto di scambio e mettono i candidati in mano ai camorristi e ai mafiosi.. Ma no!…
Grazie al lavoro involontario del Cavaliere, all’astuzia della storia beffarda, che ha inventato Grillo, ma non ci offrirà uno scontro diretto Grillo-Berlusconi, ora abbiamo svuotato gran parte della pancia nazionale, ora sappiamo come eravamo messi: certo l’evacuazione non è finita; certo, partiti morti hanno patrimoni di centinaia di milioni di euro (lo ha ricordato il dott. Montezemolo), e la Regione Campania mett’ a coppa, rimborsa ai consiglieri anche il prezzo delle sigarette, ma il quadro ora è molto più chiaro. Grazie al Cavaliere ci siamo purgati, ma lui non è contento, non vuole ritirarsi. Mi pare naturale che si senta tradito da personaggi che ha inventato lui che a sua volta è stato inventato dal fato d’Italia.Non sa come uscire dal girotondo, non sa che fare di Monti perché sa cosa Monti e l’amica tedesca di Monti sono capaci di fare di lui. E a lui.
Nel 1998 il suo amico Giuliano Ferrara scrisse che l’Italia di Prodi era “solida, ma senza ambizione; serena, ma grigia; ben pasciuta, ma non ricca, amministrata, ma non governata.“. Dopo invece… Quell’Italia, aggiunse il poetico Ferrara (Il Foglio, 4 maggio 1998), si rifletteva nel “bofonchio solenne di Prodi“, così diverso dal “cortese timbro tenorile della voce di Berlusconi“. Ecco: il Cavaliere non capirà mai perché, ora che la recita è finita, la sua voce suoni come un incazzato singhiozzo, e come faccia a governare l’Italia questo Monti, con quella sua voce così lenta che pare che non vada mai avanti, ma ristagni nell’aria, e talvolta torni perfino indietro.

