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Il chiaroscuro del doppiaggio

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Di come potè più il cinema che il vocabolario.

Dal Dopoguerra ad oggi siamo stati invasi dalla cinematografia statunitense che ci ha spesso allietato con la sua visione speranzosa ed edulcorata di una vita non sempre tutta rose e fiori, anzi, con la ricostruzione del nostro paese, il vedere uno spiraglio di ottimismo in quell’infinito orizzonte del grande schermo avrà aiutato non poco a credere che le cose potessero migliorare.

Non che tutta la celluloide che arrivasse giù da noi fosse piena di capolavori ma c’erano tante belle commedie che ti lasciavano un piacevole retrogusto di benessere, utile per affrontare la vita grama che ci aspettava. È ovvio quindi che questa mole di pellicole a stelle e strisce abbia lasciato non pochi esempi di anglicismi nel nostro permeabile vocabolario. Un esempio di come la cinematografia possa aver cambiato non solo la forma di una parola ma anche il suo significato è, secondo chi vi scrive, la parola nigger! Detta così potrà dirci poco o nulla ma se la si traduce col nostro negro allora si apriranno senz’altro scenari tanto inaspettati quanto complicati.

Quando ero bambino, quando si viveva di pane e western (all’italiana o americano importava poco, era l’esotismo che contava!) o si parlava delle gesta di Bruce Lee e se questi fosse più o meno forte di Terence Hill (io, per stazza e indole, preferivo Bud Spencer!), la parola negro corrispondeva all’immagine bonaria di un uomo di colore, nient’altro che quella, senza quelle sfumature più o meno tenui di quel razzismo oggi palesemente presente nei nostri qualunquistici discorsi da bar. Il razzismo, all’epoca della mia infanzia, era un’immagine presente nelle pellicole sulla guerra di secessione, o di quelle sull’emancipazione delle comunità afroamericane negli USA, tipo La calda notte dell’ispettore Tibbs (non era un film erotico!), il razzismo, non era presente tra le nostre preoccupazioni di ragazzini e sembrava neanche in quelle dei nostri genitori.

L’altro, l’elemento etnico differente, era solo il “marocchino” che ci vendeva cianfrusaglie sulla spiaggia, perché altri non se ne vedevano, a meno che, non si volessero considerare tali anche gli omaccioni che sbarcavano dalla Forrestal o dalla Nimitz, ciclicamente ancorate nel porto di Napoli, sgargianti nel loro contrasto tra il bianco della divisa della marina e il colore della loro pelle. Il tempo, senza che ce ne accorgessimo, è però passato e così i nostri semplici costumi e di conseguenza le nostre parole hanno incominciato ad avere tutt’altro significato. Infatti, non solo le nostre spiagge erano state invase da genti venute ad assaporare il nostro finalmente ottenuto benessere, ma anche le nostre città, le nostre fabbriche, le nostre carceri.

E così fu che, entrati in contatto con la nuova realtà, ben differente da quella cinematografica, anche le parole sono cambiate, rivelando un’indole italica più bassa di quella che speravamo di avere e dove le nostre umili origini, elevate dal nuovo status, non trovavano più nell’immigrato l’amico solidale di un tempo. In questa nuova situazione ci è venuto in contro il doppiaggio, quell’arte molto italiana di dare carattere ad attori dalle avvenenti fattezze ma dalla voce quequera.

Come dunque si poteva tradurre nigger, parola dispregiativa, usata dagli schiavisti e fino ad oggi da tutti quei bianchi che volessero offendere un uomo di colore? Ecco la trovata dell’italico doppiatore! Nigger (nigher) si tradurrà negro e il più politicamente corretto black diverrà nero! Il passo all’uso comune sarà breve e, nonostante la neutralità della nostra accezione di negro, semplicemente più arcaica di nero (la parola negro deriva dal latino nigrum così come nero), l’uomo di colore non potrà più essere chiamato negro per non esser tacciati di razzismo.

E così ci siamo messi la coscienza a posto e al costo di una sola gi, perché è risaputo che noi non siamo razzisti, siamo buoni e accoglienti, basta solo che loro, i neri, non ci rubino il lavoro e che le loro donne si prostituiscano in periferia o comunque lontano dal nostro sguardo e che non ce li vogliamo perché il lavoro se lo devono trovare nel loro paese, perché con tutti i problemi che c’abbiamo non possiamo accollarci anche i loro e perché dobbiamo tutelare la cristianità del nostro paese e perché, di notte, tutti i gatti sono neri.

PAROLE BARBARE

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