Mercoledì, in ricordo del Sociologo dei fatti e non delle chiacchiere, fondatore dell’Osservatorio sulla camorra e sulla legalità, è avvenuto un incontro pieno di ricordi e con un abbraccio simbolico.
C’erano tutti. C’erano coloro che Amato Lamberti stimava, c’erano coloro che Amato Lamberti a stento sopportava. C’era la dignità. Perché è la dignità il senso più grande che si respirava nello spazio in cui si muoveva l’insegnante scomparso. Colui che, gridando silenziosamente, ha mutato tante mentalità. C’erano tutti, da Antonio Bassolino ad Alfonso Pecoraro Scanio, passando per nomi illustri come il Rettore dell’Università, Massimo Marrelli e il questore di Napoli, Luigi Merolla, tanti politici e docenti, c’erano gli organizzatori Francesco Borrelli, Rita Pennarola e Dino Di Palma che lasciavano trasparire un dispiacere sincero, e in un angolo c’ero anche io, uno dei suoi ultimi studenti. Uno tra quelli che ha vissuto ridendo le sue battute, le sue sgridate e i suoi complimenti pieni di umiltà.
L’umiltà di un pensatore speciale. L’umiltà di un uomo grande che ha riunito, a un mese dalla sua dipartita, tanti amici e persone importanti, nella grande sala di Santa Maria La Nova. Tante voci e ricordi, tanti discorsi commossi, alcuni forse eccessivamente demagogici, ma chi scrive questo pezzo non è davvero nessuno per giudicarne i contenuti. Gli occhi stanchi, quasi increduli, dei due figli, che per il dovuto rispetto presenziavano all’incontro, occhi stanchi ma pieni di fierezza, due ragazzi come me, ma che per necessità hanno dovuto in questi giorni conciliare la più grande delle pene con il dovere di rispondere ai tanti che hanno portato alla famiglia Lamberti il proprio cordoglio. C’era una signora seduta tra loro due, che a tratti sorrideva ascoltando i ricordi dei tanti che hanno parlato, a tratti taceva prigioniera anch’essa di una consapevolezza asfissiante: Amato non c’è più. Alcuni man mano andavano via, altri sono rimasti fino alla fine dell’incontro.
Ogni volta che qualcuno parlava, io intanto guardavo sempre gli occhi di quella signora, la moglie di quel Professore, colei che più di tutti sentiva il peso di quelle parole, un macigno pesante su un petto livido su cui tamburellano ancora i battiti di ricordi personali, affettuosi, ricordi semplicemente di Amato, e non dell’uomo pubblico. Diversi giornali hanno parlato dell’incontro avvenuto in quella sala qualche giorno fa. Sembra pleonastico per questa rubrica, a lui dedicata, ripetere la cronaca dell’incontro, soprattutto perché chi scrive non è in questo momento né un sociologo né un cronista, è semplicemente qualcuno che guardava quegli occhi pensando a quando il Professore parlava dell’impegno dei giovani, detentori di quella necessità di stravolgere i preconcetti di questa città, fautori delle nuove idee, del nuovo coraggio necessario a far crescere questo territorio.
Ad ogni modo, tutte le doti pubbliche del Professore venivano accuratamente commemorate, con riverenza e nostalgia. Continuavo nel frattempo a ricordare le scene più divertenti, quelle non istituzionali, sentivo parlare tutti e a me veniva da ridere perché ricordavo alcune frasi sovversive del Professore, che non aveva peli sulla lingua, se c’era qualcosa da dire la diceva, eccome se la diceva! Le lunghe chiacchierate nel suo ufficio, al bar, nel cortile di facoltà. Il Professore lodato da tutti in quella sala prestigiosa, era lo stesso che mi ringraziava, con la sua semplicità destabilizzante, rispondendomi con un sms ai messaggi di auguri, a Natale, a Pasqua, al suo compleanno. Era un uomo che seguiva il motto di suo padre, così come ha descritto la sorella del Professore: “Agisci in modo da non doverti vergognare mai di te stesso”.
Era un mentore della denuncia che zittiva le retoriche senza alzare la voce e materializzava con coraggio e carisma i provvedimenti per il bene comune. Lo stesso Professore che litigava con la sua stampante, il loro era un rapporto di amore e odio, e noi studenti ci incantavamo a vedere come litigasse con quella macchina, per poi umilmente dirgli “Professò volete che facciamo noi?” e lui rispondeva “No!”, perché era una testa dura, tenace, sempre, fino all’ultimo giorno di lavoro, fino all’ultima telefonata in cui mi tranquillizzò per non farmi spaventare, dicendomi “In bocca al lupo per tutto, e stai tranquillo che ho un piccolo problemino di circolazione”. Non gli credevo, e avevo purtroppo ragione. Nella sala intanto erano passate più di tre ore, toccava a me, l’ultimo ricordo era quello in rappresentanza dei suoi ragazzi, quelli che lo hanno seguito negli ultimi anni.
La Dottoressa Rita Pennarola mi presentava, e mentre mi sistemavo il microfono, mi tremavano le gambe ma non credo si sia notato. Ho iniziato a parlare e ha vinto il cuore, e così, descrivendone l’uomo e il suo messaggio d’impegno civile per i giovani, ho strappato ai presenti l’ultimo applauso della commemorazione. In quel momento la Signora Lamberti si è alzata, dopo essere stata seduta per ore, senza alzarsi mai, le gambe mi tremavano di più, mi ha guardato negli occhi e ha detto a voce bassa: “Grazie, era esattamente questo che volevo sentire, è questo il senso del lavoro di Amato”.
Tutti intanto continuavano ad applaudire. Poi mi ha abbracciato forte, e in quel momento non ho visto l’abbraccio a me, in quel momento non rappresentavo me stesso, quella stretta rappresentava il Docente e le generazioni di giovani che erano il senso del suo operare, ho visto la metafora del lavoro di una vita, ho visto il simbolo di una eredità d’impegno. Ho visto Amato Lamberti sorridere di nuovo, ripetendomi che tocca ai ragazzi cambiare le cose, tocca ai ragazzi mutare la mentalità. Un abbraccio grande tra la Signora Lamberti e uno dei suoi ragazzi, un abbraccio grande tra l’impegno di un eroe silenzioso e la speranza delle menti nuove di questa città dolente.
(Fonte foto: Amedeo Zeni)




