Giulio Golia fa irruzione in un capannone dove esponenti di un’associazione vendono a 6 euro i pacchi alimentari. Non è citata la città, ma alcuni volti non sono schermati. Il Banco Alimentare sospende l’associazione, ma ci saranno risvolti giudiziari?
Le «Iene» fanno le iene e tra i loro compiti c’è spesso anche quello di prendere gli sciacalli con le mani nella marmellata. Ma pure nella pasta, nell’olio, nel formaggio, nel latte. Una brutta pagina quella raccontata nel servizio del noto programma di Italia Uno, ieri sera.
L’inviato Giulio Golia, preceduto da «ganci» che si accertano, come da prassi, che qualcosa non va c’è, si presenta a sorpresa in un capannone alla periferia di Somma Vesuviana. Il giornalista non fa il nome della città. Quasi tutti i volti dei presenti sono oscurati, tranne un paio. E quelli bastano per capire dove è stato girato il servizio. Siamo a Somma Vesuviana. In quel capannone, una volta al mese, si consuma – stando al video mandato in onda ieri sera – un reato (sì, reato) ignominioso. Una volta al mese.
Quando l’associazione, potremo anche darle d’ora un poi un nome di «fantasia», destinataria in città dei pacchi alimentari dell’Unione Europea distribuiti dalla fondazione Banco Alimentare con sede a Fisciano (Salerno), ammucchia scatoloni su scatoloni come se fosse in un supermercato e apre le vendite. Le vendite, proprio così. Una busta con latte, pasta corta, spaghetti, olio, grana, piselli, fagioli, latta di pomodori, marmellata e così via, viene data via per 6 euro. Una spesa che normalmente in salumeria o in una qualsiasi rivendita di alimentari costerebbe intorno ai 40/50 euro. Ma su quei prodotti c’è il marchio UE e la dicitura che avvisa, proprio per evitare frodi, che non sono commercializzabili.
Il parcheggio fuori dal capannone è pieno di auto, una famiglia intera si improvvisa «azienda» e carica pacchi su pacchi, buste su buste…. le stesse che dovrebbero essere distribuite gratis a chi ne ha bisogno. Golia chiede spiegazioni, un esponente della famiglia e membro dell’associazione, prova a fornire una spiegazione, si «incarta» sostenendo che prendono sì i 6 euro, ma al mese, come quota associativa. Ma ci sono le immagini precedenti a parlare. Quelle dove il padre consegna ad un «cliente» il biglietto con i numeri di telefono di tutto il clan familiare e lo invita a rifarsi vivo il 7 dicembre prossimo, quando arriveranno altri pacchi. Le spiegazioni non servono più. Un business sulla pelle di chi ha bisogno, di chi non può comprarlo il grana, di chi la marmellata non può permettersela, di chi, con quei pacchi di pasta, sfamerebbe i figli per un mese intero.
Il servizio è stato evidentemente girato ad inizio novembre perché si evince, alla fine, che il direttore della Fondazione Banco Alimentare ha sospeso i rapporti con l’associazione in questione e chi la gestisce. Ora, potremmo fare nomi e cognomi, ricordare altre iniziative «benefiche», rammentare altre circostanze, pure istituzionali. Ma il video è disponibile in rete, guardate e non giudicate troppo, sperando che ci pensino gli inquirenti. Perché non giudicare troppo? Presto detto: è vero che in quel capannone c’era chi speculava sulla povertà, sulla necessità, sul bisogno. Ma c’erano pure tanti sommesi che ci andavano a fare la «spesa», sottraendo generi di necessità alla povera gente. Non spetta a noi dire: «Vergogna».
Però una cosa noi possiamo farla perché è il momento di sentirci tutti coinvolti: il 30 novembre è la giornata nazionale della colletta alimentare. Noi andremo in un supermercato aderente all’iniziativa e faremo la spesa per chi non può. Una goccia nel mare, questo è vero. Ma se lo facessimo tutti, a Somma Vesuviana, avremmo in minima parte rimediato all’ennesima ferita inflitta alla nostra città.
(Fonte foto: Rete Internet)

