Sequestrati a galleristi ed artisti durante la dittatura tedesca, vengono ritrovati dopo mezzo secolo 1500 opere che si pensavano perdute. Tra questi figurano capolavori di Chagall, Picasso e Renoir e di molti altri artisti.
Courbet, Renoir, Toulouse-Lautrec, Matisse, Chagall, Marc, Nolde, Picasso: un elenco che traccia l’ossatura della grande pittura del Novecento attraverso i protagonisti delle avanguardie, dall’impressionismo alla stagione espressionista e cubista. Sono nomi altisonanti, per i quali le pinacoteche di mezzo mondo farebbero follie.
E forse si contano sulla punta delle dita i musei che possono vantare nella propria collezione un’opera di ciascun maestro. Eppure essi rappresentano una parte di un patrimonio occultato per decenni, celato agli occhi di tutti, delle autorità in primis: è il “tesoro di Hitler”, il cui valore si aggira intorno alla cifra capogiro di oltre un miliardo di euro. Si tratta di 1500 opere ritrovate in un appartamento di Monaco e nascoste per mezzo secolo perché trafugate durante le confische coatte perpetrate dal Terzo Reich.
Il ritrovamento è avvenuto nella casa di un eccentrico anziano: Cornelius Gurlitt è il figlio di Hildebrand, noto gallerista ed esperto d’arte a cui i nazisti si rivolsero per vendere il tesoro costituito di capolavori macchiati di sangue; erano i galleristi ebrei della Germania antisemita del Fuhrer a gestire il mercato dell’arte contemporanea: questi collezionisti venivano privati delle opere con cui cercavano di comprarsi la libertà. Oppure tali lavori venivano sottratti direttamente agli stessi artisti di quelle avanguardie considerate dal regime “degenerate”. Per “arte degenerata” i nazisti intendevano quelle opere realizzate da coloro che Adolf Hitler riteneva avessero caratteristiche «devianti», capaci di influenzare in maniera negativa i cittadini tedeschi e spesso collegati alla “corruzione ebrea”.
Il programma di pulizia etnica che subì l’arte sotto la dittatura nazista spogliò le gallerie e i musei dell’epoca; nell’estate del 1937, per volere dello stesso Hitler, venne organizzata una mostra d’ “Arte degenerata”, con la pretesa di inficiare il valore di quelle forme d’arte che non riflettevano l’estetica ariana. Che quella tipologia di opere tanto bistrattate dai nazisti siano state ritrovate a Monaco dopo cinquant’anni di segregazione non è tanto paradossale come può sembrare: tralasciando il gusto estetico o la sensibilità artistica che comunque caratterizzava una parte dell’intellighenzia nazista, era il pragmatismo e l’avidità estrema di molti seguaci del Fuhrer a imporre un ferrato interesse per l’arte contemporanea e per i guadagni che essa fruttava.
Mentre quelle opere che lo pseudo artista Hitler amava, quelle venate di un teutonico alone romantico o che idolatravano l’idea nietzschiana dell’Übermensch ariano, non avrebbero mai superato il giudizio del tempo, finendo nel buco nero delle opere prive di un valore storico e, di conseguenza, anche economico. D’altronde anche i contemporanei di Hitler se ne accorsero: l’apertura della “Grande rassegna di Arte Germanica”, che esponeva opere gradite al regime, anticipò di un giorno quella sull’ “Arte degenerata”. Nelle intenzioni del Fuhrer, l’arte ariana per eccellenza avrebbe dovuto offuscare e ricalcare la natura fuorviante dei modernisti.
Il risultato fu straordinario, ma non di certo per la propaganda nazista: l’esposizione degenerata ebbe un afflusso tale che l’apertura della mostra dovette essere prolungata; alla fine, circa un milione e duecentomila visitatori ne approfittarono per godersi i capolavori di Grosz, Munch e degli altri modernisti, “degenerati” solo perché non in linea con le imposizioni estetiche e con gli improbabili valori della dittatura tedesca.
(Fonte foto: Rete Internet)

