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Perché l’on. Caldoro dice che la rivolta partirà da Napoli. La sindrome di Adrianopoli

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L’ordine sociale salta in aria quando chi ha fame si persuade d’essere stato condannato a morire di fame da gente che, chiusa nel suo fortino, pasteggia con aragosta e champagne.

Nel 376 d.C. l’imperatore d’Oriente, Valente, concesse ai Goti Teruingi, incalzati dagli Unni, di attraversare il Danubio e di accamparsi in Tracia: gli servivano mercenari per l’esercito e contadini per le terre. Due generali di Valente, approfittando del fatto che i Goti non avevano cibo, escogitarono un turpe commercio: “ raccolsero – scrive Ammiano Marcellino – quanti cani poté mettere insieme la loro insaziabilità e li diedero ai Goti in cambio di altrettanti schiavi, fra i quali c’erano anche i figli dei capi.”. Fu la guerra. Il 9 agosto del 378 i Goti, guidati da Fritigerno, inflissero all’esercito di Valente una durissima sconfitta: per anni le terre della Tracia e dell’Illiria e le strade per l’Italia restarono sotto il controllo dei vincitori. I contadini, per paura o per odio verso i ricchi, indicavano ai barbari le ville da saccheggiare e i luoghi dove i proprietari in fuga avevano nascosto i tesori che non era facile trasportare.

Il governatore Caldoro è uno che di solito misura le parole con la bilancia dello speziale. Ha la voce e i modi del ragionatore, non dell’arruffapopolo. Alla signora Tommasielli, assessore del Comune di Napoli, accusata di aver fatto annullare multe a suoi famigliari, l’on. Caldoro tutt’al più consiglierebbe, con toni pacati, di spiegare come sono andate le cose, forse suggerirebbe, con tatto, di dimettersi, ma non si permetterebbe mai di dire: “ Io già avrei fatto un passo indietro “: come ha detto Luigi Cimmino, segretario provinciale del PD. (La Repubblica, 22 luglio)

Ora, Luigi è un Cimmino di Somma Ves.na: le ragioni, anche se assai lasche, del ghenos e l’essere stato un tesserato del PD mi consentono di domandargli: egregio segretario, considerate le imprese compiute dal PD napoletano negli ultimi venti anni, non credi che sia opportuno che per i prossimi trenta anni il PD napoletano, nel condurre la sua legittima battaglia politica, si astenga dal fustigare le altrui sventatezze, dal salire sul pulpito, dal mettersi in cattedra, e tenga sempre il capo coperto di cenere ? Come vedi, poiché sei un Cimmino di Somma, faccio finta di non ricordare che i Letta e gli Epifani e i Bersani del PD nazionale da Alfano, ministro dell’Interno, il passo indietro non l’ hanno preteso: e mi pare che le vicende della “ così detta kazaka “ siano più gravi di una multa annullata.

L’on. Caldoro dice che l’ordine sociale salterà in aria a Napoli, e che da qui le fiamme dell’incendio si propagheranno per tutta l’Italia. Aggiunge che l’innesco sarà il peso della povertà, ormai insostenibile: forse egli pensa che la miseria non alimenti più solo proteste e moti di invidia, non suggerisca più solo la soluzione terribile del suicidio, ma stia occupando l’orizzonte con una nube di odio rabbioso. E’ il momento in cui l’affamato si persuade che tra la propria fame e la tavola imbandita degli altri ci sia un rapporto diretto e multiplo di causa e effetto: quelli possono mangiare proprio perché io ho fame; se non affamassero me e i miei figli, quelli non metterebbero il piatto in tavola. E’ il momento in cui l’invidia lascia il posto all’ odio, e l’edificio dell’ordine sociale incomincia a traballare. Tutte le rivolte sociali e molte rivoluzioni sono state scatenate da questo odio.

Agli occhi di chi ha fame il sistema si presenta così: da una parte i sazi, i beati possidentes, asserragliati nel fortino, disposti a tutto pur di salvare pane, companatico e privilegi, e intorno al fortino la massa di tutti coloro che non hanno più niente, nemmeno il diritto a sperare: di tutti coloro a cui è rimasta solo la forza di odiare. Napoli è, anche in questo momento, una città laboratorio, perché la storia la costringe ad essere, da almeno mezzo millennio, due città in una: e le due Napoli raramente si parlano, e spesso si fanno guerra, in tutti i possibili modi.
Le caste del Sud non vogliono tra i piedi gente che si agita e liberi pensatori. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento proprietari terrieri e notabili prima favorirono, in ogni modo, l’emigrazione delle folle di braccianti che, se fossero rimasti qui, sarebbero diventati comunisti e avrebbero fatto la rivoluzione, poi tirarono un sospiro di sollievo quando durante la prima guerra mondiale Cadorna mandò al macello centinaia di migliaia di poveri cristi lucani, calabresi, campani.

Oggi i “ notabili “ costringono “ i cervelli “ ad andare via dal Sud: quelli che non vanno via, perché non hanno i mezzi per andar via, li fanno ammuffire in scuole che hanno la forma e l’ odore di uno stagno. Tutta la storia delle caste napoletane sta scritta in una mappa di cognomi ricorrenti e nell’intreccio dei rami di parentela che “ coprono “ con la loro ombra tutti i fortini: le università, le banche, i partiti, il mercato del lavoro, i livelli alti del pubblico impiego, gli ordini professionali, le fonti dei prestiti usurai. E poiché, come dice il proverbio, il danaro non puzza, i “ galantuomini “ sono pronti ad allearsi anche con la camorra, anche con il diavolo, se è necessario. Mi verrebbe da dire che è stata la società civile ad inquinare la camorra, e non viceversa.
Il governatore Caldoro lancia l’allarme: la corda che tiene tutto sta per spezzarsi, per mantenerla intatta non basterà distribuire qualche tozzo di pane. Se la corda si spezza, il tutto si sfascia, e viene giù, così come capita.

Nello stesso giorno in cui il governatore della Campania dice: “ Disordine e rivolte partiranno da qui “, il sindaco di Napoli, che è stato un magistrato, commentando le inchieste che i colleghi di un tempo conducono su di lui e sui suoi assessori, dichiara: “ Non mi faccio condizionare né dalla camorra né dai pm.”( La Repubblica, 24 luglio ). Nello stesso giorno i contadini di Caivano, quelli degli ortaggi concimati con amianto, se la prendono con Don Patriciello, per la sua battaglia contro gli inquinatori: “ Per colpa tua non vendiamo più nulla.”. Quante Napoli tutte insieme: si spera che non siano maschere di una sola faccia.

(immagine: quadro di Kathe Kollwitz, i tessitori di Berlino(1897)

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