Le riflessioni di Amato Lamberti e di Paola Monzini ci impongono di domandarci se lo Stato ha condotto e conduce la sua azione contro tutti i livelli delle organizzazioni criminali.
Nel “commento“ al mio articolo su “Vesuvinum 2012“ il signor Marco scrive: “Prof. a proposito, vi ricordate i tempi d’oro della democrazia cristiana, con i Gava, Russo, Patriarca, Mensorio, Pomicino, quei pacchetti pronti, lauree in medicina, architettura, 110, 120, 130 e lode!, come si vincevano i concorsi! i posti sul comune! ogni impiegato con il suo sponsor, le comunioni con fatture mandate al comune, quelle tavolate di 50, 80, 100 persone! sì, i tempi d’oro. Perché dico questo, nel libro che state realizzando, questa parte storica cosi importante che riguarda gli anni ottanta la scrivete?“.
Non so quanti anni abbia il sig. Marco, e quali siano le fonti delle sue certezze. Le sue parole mi confermano, però, che la storia di quegli anni – la storia di Ottaviano, la storia del territorio – è ancora un gioco di specchi rotti che alterano i profili delle cose e confondono le immagini. Gli anni sono quelli compresi tra il 1978 e il 1983, tra la morte di Aldo Moro e la conclusione della feroce guerra di camorra che segnò la fine della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Notevole fu il sostegno che i clan della Nuova Famiglia ricevettero dai corleonesi di Totò Riina, il quale – raccontarono i pentiti- nell’estate del 1981 si era recato nella masseria dei Nuvoletta a Marano, aveva incontrato i rappresentanti delle parti in guerra e aveva capito che non c’era spazio per un “compromesso“ (F.Barbagallo, Storia della camorra, Bari, 2010, p. 129).
Nel 1982 Cutolo venne trasferito al carcere dell’ Asinara: l’insistenza del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, aveva avuto il sopravvento “sui ripetuti rinvii accordati dal Guardasigilli democristiano Clelio Darida.” (F. Barbagallo, op.cit., p. 131). Nel giugno del 1983 le forze dell’ordine arrestarono centinaia di persone, accusate, per la maggior parte dai pentiti, di far parte della N.C.O. E’ necessario sottolineare il fatto che già allora l’azione dello Stato sembrò che colpisse non tutta la camorra, ma solo una parte di essa. I clan vincitori occuparono gli spazi da cui gli sconfitti si erano ritirati e adeguarono le politiche e i sistemi del crimine alla nuova situazione.
”I principali cambiamenti della struttura della criminalità organizzata nella seconda metà degli anni ottanta sono in gran parte determinati dal processo di integrazione dei circuiti criminali all’interno dei circuiti di corruzione in via di formazione.”. Lo scrive Paola Monzini in “Gruppi criminali a Napoli e a Marsiglia- La delinquenza organizzata nella storia di due città (1820- 1990)“. Il libro, pubblicato nel 1999, ricostruiva i rapporti tra le società del crimine, da una parte, e dall’altra le istituzioni dello Stato, i sistemi dell’economia e della finanza e i rappresentanti di vari livelli della società civile. Fu una ricostruzione rigorosa, fondata su una bibliografia cospicua e su una massa enorme di documenti che provenivano dagli archivi dei tribunali e della polizia ed erano, in gran parte, inediti. Eppure, alla Monzini e al suo libro fu negata la luce dei riflettori.
E’ il meno che potesse accadere a una studiosa che scriveva: in Campania “la progressiva perdita della capacità di controllo statale sui sistemi criminali, che comporta un generale arretramento dei diritti dei cittadini, non è tuttavia causata da una supposta debolezza dello Stato. E’ infatti la progressiva articolazione ed estensione dello Stato a sostenere i sottosistemi entro i quali i gruppi criminali svolgono un ruolo insostituibile.“ (op.cit., p. 175). La Monzini rovesciava la tesi che, spiegando la potenza della camorra con la debolezza dello Stato, giustificava le leggi eccezionali, i prefetti di ferro, il territorio controllato dall’esercito: insomma tutto il trambusto che serve a rassicurare i cittadini, a dimostrare che lo Stato c’è. Nelle piazze e nelle strade. Proprio dove il drago della criminalità organizzata non mostra mai la sua testa.
Secondo Amato Lamberti, lo Stato tollerò che la N.C.O si radicasse nel circuito carcerario nazionale per impedire che la popolazione carceraria venisse reclutata dai gruppi del terrorismo. Lo studioso espose questa tesi tra il 1987 e il 1988; la Monzini, pur ritenendo che la tesi fosse “difficilmente dimostrabile, per quanto plausibile“, citò, da un saggio del 1988, un passo che dimostra la libertà e la profondità di giudizio dello studioso: “Lo Stato decide in un primo momento di utilizzare la N.C.O. contro i Nuclei armati proletari…Sostengo questa tesi: lo Stato di fronte al pericolo dei Nap e della politicizzazione dei ceti sottoproletari, con una conflittualità non controllabile, ha di nuovo utilizzato questo tipo di organizzazione criminale, avente la stessa base di reclutamento.”. ( P.Monzini, op. cit, p.139).
I clan vincitori della guerra contro la N.C.O., e i loro alleati della società civile: politici, rappresentanti delle istituzioni e del sistema economico- finanziario, burocrati, misero le mani sugli affari della ricostruzione (dopo il terremoto del 1980), sul mercato della droga, sulle “nuove città“ che nascevano tra Caserta e Nola (centri commerciali, strade, linee ferroviarie), e, infine, sull’affare della monnezza. Questo affare è ancora fiorente: grazie alla monnezza, tra il Napoletano e il Casertano i tempi sono ancora d’oro, per alcuni, e di materia molto meno nobile per tutti gli altri. Non potremo mai capire cosa accadde a Ottaviano, nel Vesuviano e nel Nolano, tra il 1975 e il 1990, se continueremo a credere che le camorre del territorio rappresentassero solo l’ Antistato.
Le riflessioni di Amato Lamberti e di Paola Monzini, le carte dei processi e delle inchieste ci impongono di domandarci se certe strutture dello Stato hanno permesso e permettono allo Stato di agire contro tutti i livelli delle organizzazioni criminali: il sospetto che certi pesci, sfuggiti negli anni ‘80 alle reti dei pescatori, e non per il favore del caso, abbiano continuato e continuino a navigare tranquilli nei sottosistemi del malaffare, e le trattative vere o presunte, passate e presenti, tra strutture dello Stato e la società del crimine ci costringono a diffidare di quella che Zagrebelsky chiama la legalità delle carte, delle carte che “stanno a posto“.
Continueremo il discorso e arriveremo a Ottaviano: prima bisogna capire da dove viene e per dove passa la strada. Ma il lettore crede veramente che, mentre la D.C. napoletana costruiva e gestiva il suo potere, gli altri partiti, tutti gli altri partiti, consumassero il loro tempo a contemplare le nuvole?
(Foto: Quadro di Pollock, Reflection of the Big Dipper)




