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Paranormal Activity 4

Ancora attività paranormali davanti allo sguardo fisso di telecamere, telefonini e webcam. La celebre saga arriva alla quarta puntata, mostrando inevitabili segni di stanchezza e ripetitività.

Paranormal activity 4 è l’ultimo capitolo della fortunata saga horror che, almeno nell’opera di esordio, sembrava destinata a dare linfa nuova ad un filone inflazionato e ripetitivo. Il primo film della serie rimane un punto di evoluzione importante nel genere, soprattutto grazie all’intuizione del falso documentario con camera fissa. I successori hanno proposto variazioni sul tema, con una formula che si è fatta sempre più stanca.

In questo ultimo episodio, Robbie è un ragazzino con problemi a casa; dopo il ricovero della madre viene ospitato da una famiglia del quartiere, composta da quattro elementi, due genitori con figlia adolescente e figlio coetaneo di Robbie. Con l’arrivo del bambino, la ragazza e il suo fidanzato cominciano a notare strani eventi e decidono di registrarli (ecco il marchio di fabbrica della serie) con i mezzi tecnologici a disposizione: una telecamera e le webcam. Il legame con gli altri film è assicurato dalla presenza dei due “personaggi” storici di Katie e Hunter, figure alle quali è legato anche il colpo di scena finale.

In Paranormal activity la tecnologia ha un ruolo fondamentale, perché giustifica la forma del racconto attraverso l’uso di riprese fisse. In questa quarta puntata gli strumenti tecnologici strizzano parecchio l’occhio alle nuove generazioni e si fa largo uso di telefonini, computer, webcam e affini.
Il film riprende i punti di forza della serie. Gli eventi ci sono mostrati attraverso le immagini catturate dai protagonisti con i loro strumenti; quello che noi vediamo è – in larga parte – quello che loro vedono. Questo espediente narrativo, che sembrerebbe limitare le potenzialità dell’opera, in realtà allarga le possibilità di un genere che stava abusando di clichè di vario tipo; l’uso di immagini non “lavorate” rimanda la paura agli elementi essenziali: il buio, le voci fuoricampo, quello che non si vede.

La (voluta) semplicità della resa è l’arma in più e lo spettatore ritrova il terrore che viene dalle piccole cose, anche immedesimandosi in situazioni che ha vissuto più volte nella sua vita (passi, stanze rumorose, strani sibili). Il problema è che con il procedere dei film gli spazi di manovra lasciati dallo strumento narrativo si sono fatti sempre più ristretti e i registi – Joost e Schulman, autori anche del 3° capitolo – hanno finito per creare un ibrido. L’impronta data dall’opera originaria di Oren Peli è rimasta, priva però di gran parte della forza iniziale; inoltre si sono fatti strada anche effetti tipici del cinema horror tradizionale, più grossolani e d’impatto.

I pochi picchi di tensione si registrano ancora in corrispondenza del vecchio stile, quello dei dettagli e delle piccole paure nascoste tra le quattro mura, in sequenze lunghe e silenziose, dove sembra non succedere niente, mentre l’ansia cresce alimentata dall’attesa. Sono più noiosi invece i passaggi eccessivi, quando davanti alla camera si manifestano gli effettoni ai quali, ormai, quasi tutti sono abituati. Purtroppo anche nei momenti riusciti l’impressione di déjà vu è enorme e la trama prende poco. Questi due limiti sembrano insuperabili per una serie che è arrivata stanca al quarto capitolo e che, probabilmente, ha detto tutto quello che doveva dire ai tempi del suo fortunato esordio.

Regia di Henry Joost e Ariel Schulman, con Katie Featherston, Brady Allen, Sprague Grayden, Kathryn Newton, Stephen Dunham
Durata: 90 minuti
Uscita nelle sale: 22 novembre 2012
Voto 5/10
(Fonte foto: Rete Internet)

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