Siamo un popolo senza ricordi. Forse siamo solo il vago ricordo di un popolo. Bisogna ritrovare l’orgoglio dell’appartenenza.
Non c’è, nel sistema politico, una figura più importante del sindaco. Il suo profilo simbolico perpetua il rapporto, che aveva carattere sacro, tra la tribù e il suo capo. Il sindaco che voglia essere degno di questo profilo deve avere una sola “virtus”: l’autorevolezza. Pare poco: una sola virtù. E invece è un problema serio.
E’ come l’amalgama. Raccontano che a un presidente del Catania Calcio – un presidente sbrigativo, dai modi bruschi – un allenatore disse: “Ci vuole tempo, per i risultati. La squadra ha bisogno di amalgama.” E quello, incazzandosi: “Embè ? – ribatté – dove si compra ‘sto amalgama?“. Così è per l’autorevolezza. Non si compra da nessuna parte, non dipende dal numero dei voti, né dall’ abbigliamento, né dal cipiglio: l’autorevolezza – questo “quid“ misterioso – te la riconoscono gli altri, e prima di tutto gli avversari. Chi chiede a un sindaco di essere il sindaco di tutti già sospetta che non lo sia, e che non possa esserlo, perché non ha il necessario carisma. Ottaviano ha avuto sindaci autorevoli, sindaci da cui la comunità intera si sentiva – è un impulso, una illuminazione – rappresentata, capita, difesa.
Il sindaco autorevole conosce i concittadini, uno per uno, conosce il territorio, conosce i problemi, e cerca di risolverli, e se non ci riesce, va in mezzo alla gente e spiega perché non ci è riuscito. Sindaci autorevoli furono, nell’ Ottocento, Michele Giordano, Michele Ranieri, Basilio di Prisco, del Quartiere San Giuseppe, che fu più volte sindaco. Nessuno desiderava più di lui l’autonomia di San Giuseppe, ma durante il suo primo mandato, tra il 1826 e il 1829, spiegò ai capi degli Ottajanesi e dei Sangiuseppesi che in quel momento di crisi nera dell’economia una contrapposizione “ armata “ avrebbe rovinato, nella stessa misura, il Centro Abitato e i Quartieri. I quali quartieri hanno combattuto la battaglia dell’autonomia per tre secoli: è naturale che gli Ottajanesi abbiano avuto bisogno di sindaci autorevoli, capaci di tutelare l’ integrità dell’identità civica e di portare la pace tra le opposte fazioni.
Sindaco di pacificazione fu, trenta anni fa, Emilio Visone. Quest’ uomo schietto e leale svolse un ruolo decisivo nel favorire il rinnovamento della Dc ottavianese, nel placare i contrasti tra i giovani leoni del partito, nel ricucire i rapporti, sdruciti dalle polemiche sull’autonomia, tra i gruppi politici di Ottaviano centro e di San Gennarello. Il sindaco autorevole difende tutto ciò che infiamma il sentimento dell’appartenenza. Nel 1947 il dott. Aurelio Trusso non permise che la festa di San Michele venisse privata del volo degli angeli. “Ma il vescovo ha disposto che il volo non si faccia“ protestò il parroco di San Michele, don Francesco Saviano. E Aurelio Trusso rispose, impassibile, che a Ottaviano comandavano gli Ottavianesi e il loro sindaco. Sei anni dopo il sindaco Enrico Iervolino confermò a don Francesco Saviano che anche per lui valeva lo stesso principio.
I sindaci autorevoli si comportano da sindaci anche quando non lo sono più: l’autorevolezza è un titolo che non si perde. In un giorno di primavera del 1965 tutti gli alunni di una seconda classe del Liceo Diaz fecero filone: comprarono un pallone da Mario il tabaccaio, e si avviarono, festosi e spensierati, per via Casalnuovo, verso piazza Mercato, che funzionava da campo di calcio. Ma quando arrivarono davanti alla bottega del falegname filosofo don Mariucciello i filonisti si bloccarono: dalla curva era sbucato il Preside Antonucci, che veniva dalla stazione della Vesuviana. L’Antonucci puntò contro quei disertori l’ombrello, di cui era sempre armato, anche d’estate, e ordinò loro di tornare indietro.
Pochi minuti dopo il corteo arrivò in piazza Municipio: davanti, il gruppo dei ragazzi ammutoliti e umiliati, dietro l’Antonucci che agitava l’ombrello e sbraitava. Caso volle che sulla porta del Circolo Scudieri ci fosse il dott. Nunzio Pascale, che era stato sindaco. Il dottore, vista la scena, andò incontro al Preside, lo salutò, lo invitò a prendere il caffé e prima che quello potesse dire di no, lo pilotò con fermezza nel bar di fronte, il mitico bar di Panasciutto. I ragazzi tornarono a scuola da soli e dignitosamente: poi seppero da un docente che, tra un sorso e l’altro, il dott. Pascale aveva ammonito l’irascibile e grande Antonucci a non concedersi più il lusso di trattare in pubblico i ragazzi di Ottaviano come un gregge di pecore.
L’autorevolezza si manifesta, con uguale intensità, negli episodi di cronaca spicciola e nelle situazioni importanti. Non aveva autorevolezza il “ galantuomo “ che si trovò a svolgere le funzioni di sindaco nell’aprile del 1906, durante l’eruzione: la notte terribile tra il sabato 7 aprile e la domenica 8 – era la Domenica delle Palme –, mentre su Ottajano si abbatteva una tempesta di cenere e lapilli, molti lo cercarono, per chiedergli disposizioni e indicazioni, ma nessuno riuscì a trovarlo. Si disse che era stato il più veloce a fuggire. Dopo quella eruzione Ottajano ebbe, tutti insieme, trenta sindaci, e tutti autorevolissimi: i membri del Comitato “Pro Ottajano“ che prima impedirono che la città devastata dal Vesuvio venisse cancellata per sempre, poi la ricostruirono.
I sindaci autorevoli non è che piacciano a tutti. Il dott. Saviano, che divenne sindaco rimontando nel mitico ballottaggio dell’aprile 2000 il netto distacco del primo turno, mise subito mano al suo progetto: cambiare pagina, rovesciare come un guanto il sistema di potere ottavianese, incominciare a scrivere una nuova storia. Era fatale che lo costringesse alle dimissioni una congiura non solo di avversari, ma anche di “amici“. Vide il dottore che certe volte le logiche vecchie piacciono soprattutto ai chiassoni del rinnovamento e della legalità. A Ottaviano manca tutto, a partire dal necessario. Bisogna ritrovare, al più presto, l’orgoglio dell’appartenenza: il resto viene da sé.






