Una passeggiata di primavera tra eternit e rifiuti di vario genere. A spasso tra la storia e la sottocultura vesuviana nell’alveo del Molaro. LE FOTO
In epoca di ponti e primavera inoltrata c’è la sana abitudine di fare gite fuori porta e di riavvicinarsi alla natura in piena ripresa. Si resta sbalorditi davanti all’immensa varietà delle essenze arboree e dell’eterogeneità della flora e di tutte quelle meraviglie che abbiamo dietro casa, a portata di mano. Si esce, ci si riappropria del territorio ma anche del proprio corpo, di nuovo, al cospetto di un contesto che dovrebbe essere a lui più congeniale. Questo accade un po’ dappertutto nel Bel Paese, tranne in luogo, nell’unico Parco Nazionale al mondo adibito a discarica, quello del Vesuvio.
Il venticinque aprile, ho deciso di festeggiare la resistenza a modo mio andando a ripulire un sentiero da anni abbandonato, quello della Castelluccia, nel comune di Massa di Somma. Poteva essere l’occasione per fare una passeggiata nel verde e magari scuotere le mie membra assopite durante l’inverno. Queste erano le intenzioni ma poi mi son ritrovato a fare l’ennesima cronaca dello sfascio ambientale vesuviano.
Appena entro nell’alveo del lagno Molaro mi accoglie un manipolo di locali che gioca a bocce, antico sport ancora in uso da queste parti, ma la prima cosa che noto è quella che le bocce si confondono tra i rifiuti e che questi aumentano man mano che il lagno, adibito all’occorrenza a strada interpoderale, sale nascondendosi dietro una curva.
Noto, salendo, che le antiche briglie borboniche, ormai colme di terreno vulcanico, sono diventate pattumiere. Il rifiuto è dei più vari ed è quello che facilmente si può trovare in ogni angolo campestre e montano all’ombra del Vulcano; ovunque vi si possa giungere con un automezzo e dove lo si possa scaricare in piena tranquillità. L’eternit è trasportato a valle dalle impetuose acque piovane, così come tutti gli altri rifiuti, a beffa di chi voleva occultarne l’esistenza.
I rifiuti sono quelli che, se ci fosse la reale volontà di farlo, facilmente porterebbero al colpevole del grave reato. Invece, se il carrozziere, il gommista, l’impresa edile e tutti quei cittadini abusivi, fanno quel che vogliono, lo fanno perché qualcuno lo permette. Chi è questo qualcuno? Tutti! Dal primo all’ultimo cittadino vesuviano, da quei giocatori di bocce che abitualmente si dilettano tra la monnezza, a chi ci coltiva il prezioso frutto della nostra Terra, fino alle autorità e gli amministratori, che sanno e non fanno, permettendo lo scempio e ovviamente, non ultimi, gli autori materiali dello scarico dell’immondizia.
Come si vuol pretendere, se non a parole, che la gente si riappropri del territorio, che le famigliole salgano lungo i sentieri senza respirare l’amianto? Come si può criticare chi va altrove a cercare sollievo e riposo? Come si può pretendere che i loro soldi rimangano qui, a riattivare un’economia ormai depressa?
Questo pensavo, mentre sfalciavo i rovi lungo il sentiero della Castelluccia. Nelle mie pause per riprendere fiato, mi guardavo attorno e rimanevo incantato, il sole dava una luce diversa, ancestrale alla natura circostante; a pochi passi dalla cosiddetta civiltà c’era un altro mondo, ancora integro. Il lavoro da fare era ancora tanto ma non era quello il problema, io adotto il principio d’o pappece, prima o poi, una cosa la porto al termine, ma mi chiedevo, mentre rimanevo incantato davanti a quello spettacolo, sarà giusto permettere che chiunque possa accedere a questi luoghi? È un bene che tutti li frequentino, magari attuando, nel migliore dei casi, un autocontrollo? O è bene che nessuno vi passi, preservandolo dall’umano inquinamento? Ero sempre stato del primo avviso ma ieri, verso l’una, il braccio mio, quello che sosteneva ‘o runcillo, s’è fermato, in senso di rispetto e d’impotenza e sono tornato a casa.
Nella mia discesa mi accompagna una musica fastidiosa che rimbombava lungo i crinali del Molaro, quella cosiddetta house e che fraintende il concetto di libertà. Nessuno accetterebbe quel frastuono in una chiesa, bene! Io non lo accetterei neanche nel santuario naturale che mi circondava; ma mi rendo conto che qui entriamo in un campo di una finezza che da pochi potrà essere capita.

