Pezzo indirizzato a tutti i lettori in seguito ad un arresto avvenuto in settimana. Un invito al benessere collettivo. Dedicato in particolare all’impegno di una donna e alla sua sete di giustizia.
E’ ovvio che il mondo debba proseguire. Allo stesso modo proseguire deve assolutamente prevedere una crescita. Una crescita individuale che si tramuti in una maturazione del bene collettivo. In questo periodo di crisi, si muove lentamente un bisogno di entusiasmo e di inconscia necessità di vivere meglio, un tempo in cui ogni soggetto pubblico tenta tra le apparenze e la concretezza di cambiare la realtà nazionale.
Il pessimismo intrinseco nella cultura italiana contemporanea, è pilotato da quell’incapacità di fermarsi a riflettere sull’intima percezione della vitalità. Una vitalità che è stata soffocata dalle lamentele di un benessere finto, dalla sfiducia e da un odio comune nei confronti del valore effettivo della verità fatta d’impegno e di valori troppo impegnativi da rispettare. Quanto è facile, per ognuno di noi, essere retorici. Quanto è facile, per ognuno, essere vittima. Quanto poi possono cambiare i pensieri, se solo per un attimo vivessimo la condizione di vittime reali. La riflessione di questa settimana è dedicata a Rosanna Ferrigno. Il 15 ottobre scorso è accaduta una scena che il mondo mediatico non ha notato più di tanto. Non poteva notarlo, poiché da quella scena non se ne ricavavano serate da Oscar, né premi Nobel, né tantomeno Conclavi e riti epocali.
Molto più semplicemente quella scena ha riguardato i più semplici tra i semplici: due giovani, due amanti genuini, mano nella mano, a passeggio tra la gente, diretti verso un futuro senza troppe pretese, ma pieno di quell’amore che non ha bisogno di riflettori, poiché, a dargli il giusto valore, bastavano le emozioni. Immaginate di amare qualcuno. Immaginate di amarlo più di quanto potreste mai amare voi stessi. Immaginate di sentire nel vostro petto la pienezza del calore e della protezione di un legame indissolubile. Immaginate gli abbracci, le carezze, le promesse mantenute, i progetti condivisi, le sorprese, i regali fatti col cuore per il vostro compleanno, tutti i sorrisi donati da chi ha bisogno di voi per stare bene, per essere sereni, per esistere. Immaginate poi, all’improvviso, in una serata qualunque, quattordici pallottole che trafiggono il corpo del vostro amato amore.
Quattordici “bang”, quattordici boati, ognuno determinato ad ammazzare senza motivo tutto quel calore. Immaginate la bellezza deteriorata e zittita mentre annega in litri di sangue. Immaginate poi che nessuno paghi per tutto questo. Se questa immagine non fosse un film? Se questa scena riguardasse voi? Provate per un secondo a immaginarlo davvero. Per un solo secondo. Basterà a stravolgere le vostre certezze. E’ stato arrestato Salvatore Baldassare, assassino di Pasquale Romano, Lino per i suoi cari. Lino, quello che rappresenta quegli abbracci, quello della pienezza del calore e della protezione. Quello che non aveva niente a che fare con l’infamia della camorra. Quello a cui importava solo l’amicizia, la famiglia e le cose genuine. Quello che rappresenta ognuno di noi. Siamo stati ammazzati tutti il 15 ottobre. Tutti quelli che si emozionano sono stati uccisi senza nessun motivo. Senza pietà alcuna.
La crudezza di questa descrizione ha uno scopo ben preciso: per ritrovare quel calore dentro di noi e quindi trasformarlo in un calore collettivo e in benessere sociale, dobbiamo pretendere dalle nostre nuove idee la volontà di estraniarsi totalmente da ogni forma di prepotenza. Quel Salvatore Baldassarre che uscendo dalla caserma dei carabinieri ha mandato baci alla moglie e alle telecamere, deve, assolutamente, pagare la sua colpa. Non è vendetta, è giustizia. Un termine, quest’ultimo, che troppo spesso sviliamo con demagogie e ipocrisie di vario tipo. Anche Rosanna, fidanzata di Lino, avrebbe voluto ricevere i baci dal suo compagno che non ha potuto sposare, anche Rosanna avrebbe voluto le telecamere puntate addosso ma solo per il giorno delle sue nozze. Pasquale Romano e Rosanna Ferrigno sono la metafora di un valore che ci spaventa e su cui non vogliamo assumerci troppe responsabilità.
Sono il simbolo di quel silenzio contemplativo con cui dovremmo rivalutare il nostro approccio alla società. Dobbiamo tutti pretendere che sia garantita una pena, affinché non aumenti la pena di chi non ha fatto nulla di male pur pagando prezzi altissimi. Per quanto riguarda quel boss sbruffone, che manda baci e che non ha dato valore alla vita, questa società deve consentirgli di riflettere su quanto ha fatto e per reinserirlo nella civiltà non basteranno pochi anni, ne serviranno molti di più. Serve che la magistratura gli dia sostegno e possibilità di comprendere, attraverso una sentenza che annunci con coraggio: “Fine pena mai”.
(Fonte foto: Rete Internet)

