L’ultimo rapporto Svimez fotografa il fenomeno dei giovani che non lavorano, non studiano, non fanno formazione professionale. Sono ragazzi scoraggiati, spesso parcheggiati a casa dei genitori.
Sono tante, purtroppo, le cattive notizie contenute nell’ultimo rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno. Perde colpi il sistema produttivo delle regioni in fondo allo Stivale: forse non c’era bisogno di ricordarcelo, visto che si tratta di una realtà sotto gli occhi di tutti. Però le cifre del rapporto, presentato pochi giorni fa a Roma, aiutano a inquadrare meglio il problema. In cinque anni, dal 2007 al 2010, il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno è calato del 10 percento, tornando ai livelli di quindici anni fa. Nel 2011, il Sud ha prodotto più o meno quanto l’anno precedente. Tuttavia la Campania è ulteriormente calata con un -0,6 percento.
La nostra regione si conferma quella che produce meno ricchezza, con un Pil procapite di circa 16mila e cinquecento euro all’anno (la media nazionale è 26mila). Calano i consumi, calano gli investimenti, cala il livello di occupazione, in una specie di circolo vizioso difficile da spezzare. Il risultato è che, alla fine dell’anno scorso, in Campania lavorava meno del 40 percento della popolazione in età attiva (dai 15 ai 64 anni). Soltanto nel corso del 2011, il numero di persone che non lavora è cresciuto di quasi 17mila unità. Quindi c’è un esercito di nuovi disoccupati, gran parte dei quali provenienti dall’industria in crisi, tanto che l’istituto parla di «desertificazione industriale del Sud».
Conseguenza (anche, ma non solo) di un costo del lavoro che è alto al Sud, perlomeno in relazione ad altre aree d’Europa ormai non più tanto lontane. Anche a causa dell’elevata pressione fiscale, un lavoratore meridionale costa alle imprese, in media, circa 34mila euro, quasi il doppio che in Polonia, sette volte rispetto alla Romania, quasi dieci volte rispetto alla Bulgaria. Il rovescio della medaglia è che abbonda il lavoro nero: secondo le stime, più di 250mila dipendenti sono impiegati in modo irregolare nella sola Campania.
Ma a preoccupare gli analisti è soprattutto il fenomeno dei cosiddetti “Neet”, acronimo anglosassone che sta per Not in Employment, Education or Training, cioè persone che non lavorano, né studiano, né fanno formazione professionale, e che hanno meno di 34 anni: una massa di giovani scoraggiati, rassegnati, il più delle volte parcheggiati a casa dei genitori a tempo indeterminato. Soltanto in Campania, secondo le stime Svimez, ce ne sarebbero quasi 600mila. Un numero spaventosamente alto, che alimenta una continua emigrazione di ragazzi e ragazze in cerca di futuro.
E così le città campane si spopolano di forze che spesso sono tra le più fresche e qualificate. La sola città di Napoli ha visto emigrare in dieci anni, dal 2000 al 2010, più di 100mila persone, un numero enorme se si pensa che il capoluogo campano non arriva al milione di residenti. Ma la fuga non risparmia la provincia: nello stesso decennio, 12mila residenti sono emigrati da Nola, 15mila da Aversa, ben 20mila da Torre del Greco.
E i punti di forza? Il documento ne individua qualcuno, non molti per la verità. Ci sono, nel Mezzogiorno, distretti la cui crescita economica è paragonabile a quella delle aree che al Centro-Nord che resistono meglio alla crisi. Tra questi, alcune aree turistiche campane, soprattutto Capri e Ischia, oppure distretti industriali come quello conciario di Solofra. Tira, poi, soprattutto la produzione energetica: qui il Mezzogiorno non ha rivali nel Belpaese, visto che le regioni del Sud coprono, da sole, il 66 percento della produzione nazionale di energia da fotovoltaico, eolico e biomasse. Bene anche l’agricoltura biologica: è situata nel Meridione oltre il 60 percento della superficie agricola italiana utilizzata per le colture bio. D’altronde negli anni scorsi, soprattutto fino al 2009, si è registrato dalle nostre parti un boom nel numero di agriturismi. Il decennio dal 2001 al 2010 ha visto, poi, il proliferare di cooperative a cui i Comuni hanno affidato i servizi sociali: in quei dieci anni, infatti, il loro numero si è moltiplicato per cinque in Campania.
(Fonte foto: Rete Internet)

