Emergono nuovi particolari dall’indagine della procura di Nola sul fallimento della società di nettezza urbana. Un filone riguarda l’acquisto, oneroso, del centro ricerche agroalimentari ex Cirio, ubicato in provincia di Caserta.
Perché una società pubblica di nettezza urbana ha acquistato a caro prezzo un centro di ricerche agroalimentari, il noto centro ricerche della Cirio? Un acquisto che, peraltro, è stato tra le cause del fallimento dell’azienda comunale deputata a raccogliere immondizia?
È quanto si chiede il procuratore aggiunto di Nola, Maria Antonietta Troncone, che sta indagando sul crac della Pomigliano Ambiente, la società comunale che fino a quattro anni fa, cioè prima che sparisse nei debiti, raccoglieva i rifiuti solidi urbani nel territorio di Pomigliano e dintorni. L’avviso di conclusione delle indagini è stato trasmesso a 14 indagati e già l’altro giorno stava facendo il giro delle varie municipalità della zona. Tra gli avvisati figurano un ex sindaco dell’ultimo esecutivo a guida Pd, un ex assessore della penultima giunta di centrosinistra, sempre del comune di Pomigliano, un ex dirigente del Pds di Napoli, tecnici, componenti di staff amministrativo, revisori dei conti e una serie di funzionari di due notissime banche nazionali.
Del tutto estraneo all’inchiesta risulta invece l’ingegnere Antonio De Falco, impiegato della Enam, società che ha sostituito la Pomigliano Ambiente dopo il fallimento. De Falco è solo omonimo di uno degli indagati, l’ingegnere Antonio De Falco, detto Ninì. I personaggi sotto indagine sono a vario titolo coinvolti, in qualità di responsabili politico-amministrativi, di dirigenti aziendali, di controllori o di creditori, in quella che il magistrato definisce una vera e propria bancarotta fraudolenta il cui ammontare accertato supera i 16 milioni di euro, almeno per il momento. Tra le cause di questo tonfo, preceduto da difficoltà di tutti i generi, come i ripetuti scioperi messi in atto dai dipendenti che in diverse circostanze non hanno percepito gli stipendi, ci sarebbe anche l’acquisto del centro ricerche sui prodotti alimentari della ex Cirio.
Quando sette anni fa la Pomigliano Ambiente decide di acquistare il centro ricerche, ubicato a Piana di Monte Verna, in provincia di Caserta, lo fa con un’operazione che, “oltre che essere illogica, poiché le attività del compratore sono del tutto diverse da quelle del bene da acquisire” (questo sempre secondo il giudizio della procura), contribuirà al lento ma inesorabile dissanguamento dell’azienda di nettezza urbana. L’operazione è un susseguirsi di eventi finanziari. La Pomigliano ambiente, attraverso la sua controllata Eureco, paga in un primo momento, siamo nell’agosto del 2005, 1milione e 906mila euro. Ma nel novembre successivo la cifra subisce un improvviso aumento. Il prezzo d’acquisto sale a 2milioni 628mila euro.
Per concretizzare l’ “affare” la Eureco riceve un aumento di capitale effettuato dalla Pomigliano Ambiente, per un importo di 830mila euro, e con finanziamenti infruttiferi, concessi sempre dalla società di raccolta dei rifiuti, per un totale di 2milioni e 252mila euro. A questo punto, una volta completata l’onerosa compravendita, la Eureco gestisce, tramite, appunto, il lavoro del centro ex Cirio, i progetti di ricerca finanziati dal ministero per l’università e la ricerca scientifica, il Miur. Ma l’affare del centro ricerche Cirio di Piana di Monte Verna si rivela un flop. Alla fine, sostiene ancora la procura, le perdite ammontano a oltre 4milioni di euro. Un’attività in forte deficit, che poi risulterà tra quelle che determineranno il fallimento della Pomigliano ambiente, azienda controllata dal comune e finanziata col denaro dei contribuenti.
(Fonte foto: Rete Internet)




