Ristrutturano casa e scoprono una meravigliosa stanza-moschea. La vicenda, accaduta nel cuore di Palermo, testimonia della solida impronta araba lasciata in città.
A volte può accadere che la più vecchia, malandata e cadente stamberga che si possa immaginare, si riveli uno scrigno prezioso, una perla rara memore di genti e storie passate. Può sembrare una favola, eppure è pressappoco quello che è accaduto a Palermo.
La notizia è di qualche giorno fa e ha fatto il giro del Paese: comprano casa in uno dei quartieri più poveri della città e, sotto le pareti incrostate di vernice e polvere, scoprono un tesoro; protagonista della vicenda è una giovane coppia che, restaurando la sua “nuova” casa in via Porta di Castro, nel centro storico della città, s’imbatte nei resti di una moschea blu con tanto di iscrizioni arabe e versetti coranici. La presenza del luogo di culto “casalingo” ha acceso gli animi e aperto il dibattito sulla paternità del capolavoro: molto probabilmente l’edificio fu di proprietà di qualche facoltoso uomo d’affari arabo che viveva e trafficava a Palermo, fra Settecento e Ottocento.
Nulla di eccezionale, da questo punto di vista, se si considera il multistrato religioso ed etnico che ha reso la Sicilia la culla di civiltà differenti che hanno lasciato il segno in quella terra. La Trinacria fu dapprima il fiore all’occhiello della Magna Grecia e anche “la più ricca delle isole e la prima per l’antichità dei miti che si raccontano su essa”, come la definì Diodoro Siculo (ca. 90 a.C. – ca. 27 a.C ) nella sua opera monumentale Bibliotheca Historica. Prima i Greci e poi i Cartaginesi cercarono invano di impossessarsi dell’isola, centro logistico d’importanza capitale nel Mediterraneo. Ci riuscirono solo i romani nel III secolo a. C., aggiungendo il tassello principale allo scacchiere del Mare Nostrum.
Il melting pot siculo si arricchì con la conquista araba, cominciata nel IX secolo, con cui ebbe inizio un’epoca di prosperità per la Sicilia. La successiva conquista normanna innescò il definitivo processo di stratificazione culturale: in un tessuto artistico unico al mondo, elementi occidentali e bizantini convivevano con l’architettura araba. In particolare, Palermo spiccava con i suoi minareti come una capitale islamica nell’Occidente cristiano, vestita di un manto arabeggiante fatto di cupole emisferiche, arcate a sesto acuto e decorazioni di gusto orientale.
La meravigliosa stanza affrescata scoperta a Palermo è il segno vivo di come quel contatto Occidente-Oriente si sia perpetuato attraverso i secoli, frutto, forse, dell’ispirazione alla meravigliosa moschea del Sultano Ahmet di Istanbul, meglio nota come Moschea Blu per le oltre 21.000 piastrelle in ceramica di Iznik che ne rivestono le pareti interne, caratterizzate dalle diverse tonalità di azzurri e turchese: il blu è anche il colore dominante della stanza-moschea di via Porta di Castro, testimonianza preziosa e impronta vivida della fulgida presenza araba in Sicilia.
(Fonte foto: Rete Internet)

