Tra l’assurda scelta dei giorni scorsi e l’invito ad intervenire subito, una lettera ci ricorda qual è la battaglia più giusta, e il sociologo Amato Lamberti ci spiega i rischi in cui incorre lo Stato.
Alcune informazioni non sono trasmesse alla cittadinanza nazionale non per negligenza da parte dei mass media, ma molto più semplicemente perché non fanno parte di quel tipo di notizie che interessano la vita quotidiana di ognuno di noi.
Non sempre questo concetto è reale. Sono ancora in pochi coloro che sono a conoscenza di un evento inenarrabile. Salvatore Di Maio è un nome come tanti, a molti giovani questo nome non dice niente, allora proviamo a usare il nome Raffaele Cutolo, forse questo qualcosa ci ricorda. “E’ il protagonista di qualche film sulla mafia”, “E’ quello che è stato interpretato da Ben Gazzara in un bel film!”, “Aspetta aspetta, è il boss che scriveva poesie”, ecco, quel Raffaele è più famoso, quel nome lo abbiamo già sentito. Raffaele Cutolo fu il capo di un sistema di terrore che ha pietrificato le vite di tanti negli anni prima e dopo il terremoto che mise in ginocchio la Campania negli anni ottanta.
La camorra in quegli anni mangiava corpi umani a grossi morsi, sputando schizzi di sangue di uomini innocenti in faccia ad uno Stato che, tremando, ha reagito con troppa poca determinazione. Salvatore Di Maio era un giovanotto, a cui non tremavano le mani, un ragazzo che con i suoi esplosivi mirava dritto ai basamenti della civiltà, facendo vacillare più volte quel castello di dignità in cui alberga la fierezza italiana, un castello eretto dai veri uomini, che con sudore e sacrificio hanno costruito quella fortezza giorno per giorno durante l’arco della storia. Salvatore era come muto, come cieco, non riusciva né a sentire né a vedere le risate e la bellezza della piccola Simonetta Lamberti, figlia del magistrato Alfonso, ostracizzata da quel castello e costretta da una morte impietosa a non giocare più con i suoi sogni migliori.
Di lei restano foto di sorrisi, come quella in cui stringe tra le mani un retino, lo stesso con cui oggi va a caccia di farfalle, nel cielo azzurro delle memorie, di coloro che l’amarono. Salvatore fu quello che inondò di sangue la giacca di un uomo perbene, cucita con l’impegno e la perseveranza, con la passione politica e il coraggio, una giacca che calza a pennello solo a pochi uomini, una giacca che oggi difficilmente gli amministratori potrebbero indossare con la stessa dignità. La giacca di Marcello Torre, un sindaco onesto, ucciso da quel sistema che ancora adesso tinteggia di sterco il volto di uno Stato contraddittorio. E’ a coloro che oggi puliscono quel volto che va indirizzata questa denuncia. Un’emergenza.
Un’assurdità che mette in imbarazzo sia la parte sana dello Stato, sia la gente comune, quella più abile a intuire l’onestà. Salvatore Di Maio, è stato uno dei più noti killer di Cutolo. Oggi, per un assurdo provvedimento, è stato deciso che nonostante il 41 bis e nonostante un numero sconcertante di ergastoli, a quest’uomo sia concessa la semilibertà. Un detenuto in regime di carcere duro con l’aggravante dell’articolo 7, quello scritto per i mafiosi, che merita la libertà. La libertà. Una risorsa quest’ultima che, in questo caso, viene paradossalmente concessa a chi la libertà l’ha negata per sempre. A questo punto torna attualissimo il rischio di poca credibilità in cui può cadere lo Stato, magistralmente documentato dal Sociologo Amato Lamberti diversi anni fa:
“La presenza dello Stato nella società meridionale si è fin dalla unificazione configurata come debole. Tanto è vero che le modalità del rapporto tra Stato e Mezzogiorno sembrano definite da tre ordini di difficoltà o di debolezze: carenza di legittimazione, basso livello di penetrazione, assenza vistosa di integrazione. Sono proprio queste debolezze a determinare, e via via allargare, una vera e propria discrasia tra le proteste di regolamentazione e di intervento da parte dello Stato e la sua concreta incapacità di rendere credibili ed operanti queste pretese attraverso una amministrazione efficace e una capacità di progettazione e direzione dello sviluppo. In una situazione di questo tipo è normale che, qui come altrove, si creino spazi consistenti per la sostituzione dei poteri privati al potere dello Stato.
Le funzioni pubbliche sono assunte, a più livelli, da gruppi privati che, ad esempio attraverso lo scambio clientelare, attraverso il monopolio delle funzioni di mediazione sociale, si assumono il compito di garanti della fiducia nei rapporti fra privati e fra pubblico e privati. Ma si può arrivare anche all’appropriazione della funzione di esercizio della violenza, attraverso l’organizzazione di forme di controllo, monopolistico o quasi, della violenza privata, come accade con le organizzazioni mafiose e camorristiche. Il sistema politico meridionale, nella sua concreta configurazione, è la realizzazione esemplare del modello esposto, con tutte le sue conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra interessi organizzati, sistema dei partiti e pubblica amministrazione”.
E’ talmente smisurato il caos della nostra realtà che bisogna correre immediatamente al riparo, in ricoveri sotterranei, dove ci si stringe in un abbraccio di conforto, per difendersi da nemici che combattono qualsiasi battaglia, ma mai quella delle vittime. Il carcere serve a recuperare i detenuti, quelli che si pentono, quelli reinseribili nella comunità, non quelli che hanno soffocato le ambizioni degli onesti, torturando le loro famiglie, condannandole a un dolore eterno. Nessun giudice potrà concedere mai il “regime di semilibertà” ai parenti delle vittime, per loro l’ergastolo è a vita. E’ meglio tutelare gli assassini, in un silenzio mediatico, che ha lo stesso puzzo dell’omertà. Questa nazione necessita di ordine, di quel rigore morale fondamentale per immaginare una disposizione di opportunità a tutti coloro che la vita la preservano.
Una società civile, è composta da uno Stato che si fa garante della serenità e da cittadini che fanno battaglia affinché nessuno osi spegnere l’armonia. Con gli ultimi eventi, in quella battaglia contro ogni forma di presunzione si rischia di puntare i fucili contro chi invece andrebbe difeso. Qual è, oggi, il senso della battaglia? A ricordarcelo è proprio Marcello Torre, a distanza di trent’anni, nella sua ultima lettera ai suoi cari, la stessa che ora si impone come urlo assordante per le coscienze dei decisori:
“Carissimi, ho intrapreso una battaglia politica assai difficile. Temo per la mia via. Ho parlato al dr Ingala. Conoscete i valori della mia precedente esperienza politica. Torno nella lotta soltanto per un nuovo progetto di vita a Pagani. Non ho alcun interesse personale. Sogno una Pagani civile e libera. Ponete a disposizione degli inquirenti tutto il mio studio. Non ho niente da nascondere. Siate sempre degni del mio sacrificio e del mio impegno civile. Rispettatevi ed amatevi. Non debbo dirvi altro. Conoscete i miei desideri per il vostro avvenire. Lucia serena – Peppino ed Annamaria ‘laureati’ corretti – tolleranti – aperti all’esistenza – con una famiglia sana e tranquilla. Quanti mi hanno esposto al sacrificio siano sempre vicini alla mia famiglia. Vi abbraccio forte al cuore un pensiero ai miei fratelli, alle zie e a tutti i miei cari… Marcello”.
Si torni, immediatamente e imperativamente, a ricordarsi qual è la battaglia, qual è il nemico e soprattutto qual è il vero significato e l’effettivo valore della parola “libertà”.
(Fonte foto: Rete Internet)

