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LINGUA IN LABORATORIO

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La miniera semantica.

Il prof. Carlo A. prosegue nella sua “tarlesca” esplorazione nel corpo segreto delle parole, e, sollecitato e solleticato, oggi, dalle domande e vieppiù dagli occhi attenti e interessati di un suo allievo, un professorino, più esattamente un dottorino fresco di laurea in lettere, desideroso (“rara avis”) di apprendere quanto più possibile e, comunque, almeno il necessario, prima di sedersi in cattedra, ritorna sull”argomento “ambiguità”.

L”ambiguità è, come si sa, la caratteristica della maggior parte delle parole e di numerose frasi di avere una pluralità di significati (polisemia). È come se in esse fosse nascosta una piccola miniera semantica, che il locutore (o lo scrittore) decide talvolta, per vari motivi, di tenere chiusa e quindi inaccessibile all”uditore (o lettore). Quasi sempre però basta inserire la parola o la frase in questione in un contesto linguistico più ampio perchè si produca il “disambiguamento”, ossia l”individuazione del significato preciso e pertinente a quella occasione.

Un bell”esempio ci è offerto dalla parola “pizzo”, che abbiamo nominata la volta scorsa. Si consideri la frase seguente: “Il malavitoso, il volto semicoperto da occhiali scuri, da coppola a mezza fronte, da pizzo (barba tagliata a punta) al mento, si reca in un negozio di pizzo (trine e merletti) ad esigere il pizzo (tangente) al malcapitato proprietario che, anche lui provvisto di un grazioso pizzo al mento, diciamo di un pizzetto (non un pizzino, per carità!), se ne sta beato, seduto in pizzo di sedia (dialettale = in punta di sedia. Chissà perchè, poi? forse per un suo vezzo), ad ammirare una veduta del Pizzo Bernina (vetta), sognando di trascorrervi una bella vacanza. E, pregustando, fa ” “o pizzo a riso”(dialettale = risolino agli angoli della bocca):.”.

Un altro esempio di ambiguità ce lo offre Stefano Bartezzaghi nella sua rubrichetta sul “Venerdì”, supplemento settimanale di “La Repubblica”, “essico&nuvole” “L”esempio più noto, in italiano, è: “La vecchia porta la sbarra”. Vuol dire che c”è una signora anziana che reca con sè una spranga? Oppure che un uscio annoso impedisce di percorrere un passaggio che non viene menzionato?”.
Ma già nell”antichità: “Ibis redibis non morieris in bello” (Andrai ritornerai non morirai in guerra). Ambiguità indotta dalla mancanza di segni di interpunzione e disambiguamento possibile mediante l”introduzione nella frase di una semplice e però decisiva virgola, prima o dopo il “non”.

Per non parlare, sempre nell”antica Roma, la vox ambigua per eccellenza: “fortuna” che il dotto Cicerone disambiguava con “fortuna adversa e secunda fortuna”.
Ma torniamo ai nostri tempi e alla nostra quotidianità: per gustarci quest”ultima ambiguità:disambiguata. “L”elettricista filosofo (sic!) mollò la presa di ciò che aveva preso:poi, presa la presa (di corrente) la sistemò nell”apposito foro:scongiurò l”ennesima presa in giro e dopo una presa d”atto e una salutare e necessaria presa di coscienza, si concesse una gratificante presa di tabacco”.

Interviene il prof. Eligio Ligio, che ha ascoltato e, come suo solito, rispolvera, a suggello e chiosa poetica del discorso del collega e amico, alcuni versi di un poeta ingiustamente dimenticato. Recita con enfasi, tentennando la sua veneranda canizie:

“La viola del pensier messa a seccare
in un libro di versi e di cultura,
ha tutte le ragioni per gridare
– Com”è seccante la letteratura!” (Luciano Folgore)

N.d.A. – Prossimamente sarà risposto ai lettori che ci hanno scritto.

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