Nella primavera del 1915 l”Italia entra in guerra. Il Paese è lacerato e diviso ma la scelta ormai è compiuta. “Un”inutile strage ed orrenda carneficina”, la definisce Papa Benedetto XV.
Di Ciro Raia
La guerra, che si sta combattendo sul fronte europeo sin dal 1914, mette il popolo italiano di fronte ad una scelta tra neutralisti ed interventisti. Neutralista è la posizione del primo ministro Salandra, come quella dei cattolici; neutralisti sono i socialisti, che dichiarano di non essere disponibili a dare “nè un uomo nè un soldo per la guerra”, quella stessa guerra che accresce gli utili degli industriali e mette contro gli operai dei vari paesi.
Decisamente interventisti sono il re, gli industriali e gli irredentisti. Interventista è Mussolini, che dalle colonne dell”Avanti! contro la linea di neutralità dei socialisti, auspica il coinvolgimento dell”Italia nella guerra. Egli è passato dall”antimilitarismo del 1912 all”interventismo del 1914. Proprio per questa sua posizione è, perciò, espulso dal partito socialista. Il segretario politico, Costantino Lazzari, durante l”assemblea di partito del 24 novembre, dice: “Formulo qui l”atto di accusa di indegnità morale e politica contro Benito Mussolini. Se voi siete solidali con la guerra dei re , allora mantenete fra voi Mussolini. Se a questa guerra siete contrari, espelletelo e farete opera buona”.
Nella primavera avanzata dell”anno 1915 anche l”Italia entra in guerra al fianco delle potenze della Triplice Intesa (Francia, Inghilterra e Russia). La decisione desta sorpresa in quanto l”Italia è legata alla Germania dal patto –di natura difensiva- della Triplice Alleanza (1882), che vincola i firmatari a prestarsi reciproco soccorso in caso di un attacco armato da parte di altre nazioni. Però, visto che ad attaccare la Serbia sono state l”Austria e la Germania, questa volta l”Italia non ritiene di doversi schierare a fianco degli alleati. Anzi, Vittorio Emanuele III dichiara: “l”Italia è intenzionata a rimanere in pace e in amicizia con tutti”.
Ma le ragioni della scelta italiana sono ben altre. Il Paese ha patteggiato la sua entrata in guerra, al fianco dell”Intesa, sin dal mese di aprile, a Londra. Il “tradimento” italiano, in caso di vittoria, sarà ricompensato con l”annessione di Trento, del Tirolo, di Trieste, di Gorizia, dell”Istria, di parte della Dalmazia, con un protettorato sull”Albania ed il possesso della città di Valona, con alcuni possedimenti coloniali nell”Africa tedesca.
Il giorno dell”entrata in guerra dell”Italia, il 24 maggio 1915, il Corriere della Sera scrive: “La parola formidabile tuona da un capo all”altro dell”Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove i cannoni la ripeteranno agli echi delle terre che aspettano la liberazione: guerra! È l”ultima guerra dell”indipendenza [:]”.
L”esercito italiano si compone di 23.000 ufficiali, 852.000 soldati, 9.160 civili, 144.522 animali. Il comando delle operazioni militari è affidato al generale Luigi Cadorna. Il fronte di guerra si estende per oltre 600 chilometri, dallo Stelvio al mare; la sua difesa è nel coraggio e nel sacrificio di migliaia di giovani; è negli oggetti di morte costruiti dalla Breda di Milano o dall”Ansaldo di Genova: 1.600 cannoni, 100.000 bombe a mano, 700 motori per aerei!
I giudizi sulla guerra sono contrastanti. Giovanni Papini la definisce “risvegliatrice di infiacchiti”; Benedetto Croce parla, invece, di “religiosa ecatombe”; Gaetano Salvemini parla di uno “strumento doloroso ma necessario di più larga pace”. In netto contrasto, poi, i giudizi di Filippo Tommaso Marinetti, che parla della guerra come “igiene del mondo e sola morale educatrice”, e di Benedetto XV, che la definisce “un”inutile strage ed orrenda carneficina”.
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