Il legame tra la miseria e lo sviluppo può essere spezzato sia con il lavoro ma anche con il contrasto alle piccole e grandi deficienze culturali: i comportamenti civili dei ragazzi sono un mezzo per il cambiamento.
I dati discussi durante il seminario “I genitori negli spazi di vita dell’infanzia” svolto a Milano, presso la Fondazione Cariplo e riportati da Libera, evidenziano un tristissimo stato di povertà delle regioni italiane inconcepibile in una nazione che intende ritenersi civilizzata: in Italia troppi bambini sono poveri. In Campania ad esempio, le analisi riportano che un bambino su tre vive in stato di povertà. In questa regione, la degenerazione delle opportunità si collega inevitabilmente ad una decadente strutturazione delle risorse, ambienti fatiscenti, mancanza di fondi, disoccupazione e assenza di ammortizzatori sociali, un’intensa composizione che facilita lo stato di povertà enfatizzato in quei contesti dove i bambini coesistono con adulti scarsamente predisposti allo sviluppo culturale.
Appare incredibile che a Napoli e in molti paesi campani, esistono ancora molteplici zone dove l’intera comunità condivide lo stesso sistema di valori in cui è del tutto normale vedere tre, quattro minorenni sullo stesso scooter, e questo è solo un esempio. E’ dunque il caso di soffermarsi anche e soprattutto non solo sullo stato della povertà economica ma anche di quella culturale. L’Associazione Amato Lamberti nel suo programma d’azione dal titolo “La rivoluzione dei comportamenti civili” espressione estrapolata da una citazione del Sociologo della devianza e della criminalità da cui prende il nome l’Associazione, intende mettere in luce anche e soprattutto la necessità di proporre quantomeno un ventaglio di opportunità alternative al dilagante senso di irresponsabilità da parte di quelli che dovrebbero essere i garanti della sicurezza sociale. I ragazzi devono prima di tutto poter mangiare, devono poter avere tutti i beni necessari per sviluppare le proprie capacità, e fin qui nulla di nuovo se consideriamo soprattutto che il discorso è fin troppo antico e inflazionato.
Va diffuso un modello nuovo di comportamento individuale affinchè la miseria finanziaria lasci spazio alla crescita delle idee e delle opportunità, incentivando lo sviluppo delle capacità soggettive, unica speranza per la crescita socio-economica di questo territorio. Attualmente bisognerebbe stabilire una scaletta di necessità. In questo piano utopico andrebbero stilate tutte le priorità su cui agire al più presto. Nessun programma politico, nonostante i mezzi a disposizione, è riuscito fino ad ora ad ideare una scala delle priorità per intervenire affinchè il prezioso capitale umano delle nuove generazioni, possa ottenere tutti i mezzi necessari atti a incrementare l’intento di differenziarsi dall’attuale generazione di adulti, scarsamente dotata di opportunità. Assodato dunque il totale e ormai scontato fallimento delle istituzioni, l’impressione è che non ci sia un reale interesse affinchè venga garantito il minimo sostentamento finanziario e formativo delle tante famiglie disagiate nell’hinterland napoletano.
Per formativo si intende un costante impegno affinchè venga garantita almeno l’emancipazione culturale di molte fasce della popolazione. Ecco dunque il ferro caldo su cui battere con insistenza: a questi ragazzi va specificato quanto anche le piccole illegalità, i piccoli comportamenti incivili possano collegarsi tra loro formando un infinito concatenamento di reazioni devianti e comportamenti insostenibili da parte di qualsiasi comunità civile. Tutto ciò genera sia arretratezza socioculturale che una dilagante povertà delle opportunità economiche. Questi ragazzi sono spesso figli non solo della miseria finanziaria, ma anche di quella morale e reagiscono a stimoli ereditati da genitori, parenti e amici più maturi d’età che talvolta sono capaci di trasmettere un unico tipo di formazione: quello di una vita mista tra strafottenza, illegalità e mancata etica della responsabilità. L’invito all’impegno è sempre più spesso zittito dalle autolesionistiche lamentele e dalla scarsa volontà di cambiamento. Lamberti in un suo contributo scriveva: “È opportuno puntualizzare che occorrono impegnativi interventi di bonifica sociale su tutta la popolazione, ma soprattutto sulle giovani generazioni, specie su quelle ancora in formazione.
La scuola, come ho già detto in altre occasioni, doveva essere caricata di questo compito, dopo però essere stata adeguatamente attrezzata ad affrontarlo. Anche qui c’è una osservazione da fare: a Napoli ci sono tassi di evasione scolastica totale che sono altissimi e vergognosi, di cui sono responsabili le autorità scolastiche e quelle comunali. È una situazione che in qualsiasi altro paese al mondo – compresi quelli del terzo e quarto mondo – sarebbe giudicata insopportabile e avrebbe già provocato risposte forti ed interventi adeguati anche per costringere i bambini ad andare a scuola e le famiglie a mandarceli. Ma c’è anche il dato dell’evasione parziale dell’obbligo scolastico, dell’abbandono precoce, della mortalità elevata che fa sì che tanti bambini abbiano esperienze troppo brevi di scuola e di scolarizzazione.
Quest’esperienza, che comunque molti bambini hanno, non produce mai cambiamenti nella mentalità e nella cultura. Il bambino può anche apprendere molte cose e fare esperienze del tutto nuove: la sua cultura di riferimento, i suoi orientamenti di valore, gli schemi di comportamento, i modelli di azione sociale restano quelli del gruppo sociale al quale appartiene.
Questo significa che la scuola non riesce ad essere un’agenzia di socializzazione quale dovrebbe essere (nel senso che è questa la sua funzione, soprattutto per quanto riguarda la scuola dell’obbligo). Molti operatori della scuola sembrano ancora oggi non rendersi conto del fatto che la scuola dell’obbligo ha innanzitutto compiti e funzioni di socializzazione.
Vale a dire: deve assicurare l’acquisizione e l’interiorizzazione di modelli di comportamento, stili di vita, orientamenti di valore, strutture cognitive adeguate alle esigenze di una società moderna e democratica. Compito principale della scuola è assicurare la diffusione nella società di modelli di agire sociale fondati sul rispetto consapevole delle norme e delle regole a cominciare dal rifiuto della forza fisica per finire al rispetto delle idee e delle opinioni degli altri. Per le fasce marginali della popolazione non solo andava fatto uno sforzo enorme, in termini di strutture, di mezzi e di personale, ma andava sicuramente progettata un’altra scuola, visto che bisognava fronteggiare una famiglia e un contesto ambientale disturbante e disgregante. Anche questa non è una proposta nuova: già agli inizi del ‘900 molti studiosi antropologi e sociologi criminali sostenevano la tesi che lo Stato avrebbe fatto meglio a spendere i soldi pubblici per mandare a scuola i ragazzi, piuttosto che per mantenerli da adulti in galera.
Certamente per i ragazzi della seconda società non basta la scuola. Bisogna rompere circuiti normali (che però nella situazione specifica assumono carattere perverso) come quelli del passaggio del mestiere dal padre al figlio, o il lavoro di orientamento operato dal gruppo dei pari e, soprattutto eliminare il maggior numero di opportunità illegittime. Lavoro certamente non facile, che richiede probabilmente uno sforzo straordinario, una sorta di nuova legge per il risanamento di Napoli, ma questa volta non a carattere urbanistico ma culturale. Questo sforzo va però fatto prima che la disgregazione divenga incontrollabile se non a prezzi ancora più elevati.
Oltre a questi progetti – a mio avviso ormai indifferibili – resta comunque una situazione che è quella esistente, dove sulla scuola si carica comunque il problema di far fronte alle nuove esigenze di socializzazione e di orientamento che provengono da tutti gli strati sociali, dai ceti medi e dai proletari e sottoproletari (della prima società). La presenza di questa seconda società, caratterizzata da alti tassi di illegalità, non è senza conseguenze nell’assetto sociale complessivo della città. Basti vedere come siano ormai diffusi modelli di comportamento intrisi ed intessuti di violenza, di prevaricazione di non rispetto delle regole, di non rispetto degli altri, per capire quali disturbi nel corpo della società provochi questa presenza di costumi ed attività malavitose ed illegali. A questa diffusione di comportamenti e stati di vita devianti deve far fronte la scuola, utilizzando a pieno le possibilità che le vengono offerte (e penso alla Legge 39, all’uso del giornale in classe) ma anche rivendicando una centralità fino ad ora misconosciuta insieme con mezzi, strutture, strumenti adeguati, -anche finanziariamente- ai compiti che è chiamata a svolgere, ai problemi da affrontare e risolvere.
Non dimentichiamo che la scuola significa stato, istituzioni: e lo Stato non può essere latitante di fronte ai problemi di crescita e sviluppo della società a meno da non voler continuare ad assistere imperterrito al degrado di ogni forma di convivenza sociale e civile”. E’ dunque la formazione scolastica il secondo punto della scala delle priorità, al terzo c’è il contributo della collettività, quella solidarietà fondamentale affinchè chi possiede risorse economiche e culturali deve investire per sostenere chi non ne ha, anche attraverso proposte per lo sviluppo dell’occupazione professionale e la divulgazione dell’idea che grazie ad una rivoluzione di comportamenti civili quotidiani sarà possibile innescare una reazione a lungo termine. In tal caso si potrà godere di futuri risultati ottimisti, dove le vecchie generazioni di una Napoli stereotipata e deviante, lasceranno spazio ad una generazione di giovani ben predisposti a prendere le distanze da qualsiasi tipo di collusione con chi non intende espandere il benessere collettivo.





