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L’Anno della fede e il Sinodo della Chiesa di Nola

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Tanti e delicati i temi sviscerati durante l’anno della fede, che ha avuto inizio giovedì 11 ottobre, a ricordo dell’inizio del Concilio, con il famoso “discorso alla luna” di Giovanni XXIII del 1962.

Franco Garelli, noto sociologo cattolico, in una recente e ultima ricerca dal titolo “Religione all’italiana, l’anima del Paese messa a nudo”, mette veramente “ a nudo” il sentire religioso della nostra gente.

E i risultati sono, per alcuni versi, sorprendenti. La secolarizzazione, ad esempio, secondo l’indagine, svuota le chiese, ma non sfratta Dio, o meglio non sfratta il bisogno del trascendente. Risultano in crescita, infatti, sia la quota di persone secondo le quali Dio vigila e protegge la loro vita (pensa così il 66,8 per cento degli italiani), sia di quanti ritengono di aver ricevuto una grazia (27,6), sia ancora di coloro che avvertono la presenza del maligno (34,6). Quella che emerge è una realtà variegata, dove coesistono contrasti netti e mille sfumature. Gli italiani dichiaratamente atei sono il 6,6 per cento; quelli agnostici, cioè indifferenti, sono il 6,2 per cento; il 4,5 non crede nel Dio della Bibbia ma in un più generico potere superiore; siamo al di sotto delle percentuali registrate in altri Paesi europei.

Per contro, il 45,8 per cento degli italiani crede in maniera granitica che Dio esista; il 25,1 per cento arriva alla stessa conclusione, pur nutrendo dubbi al riguardo; l’11,8 per cento, infine, professa un credo altalenante, ammettendo l’esistenza di Dio in alcuni momenti della propria vita e negandola in altri. Il problema, però, è quale Dio si prega. E quanto. E come. Se l’86,1 per cento degli italiani si dichiara ancora cattolico, il 28,3 per cento non si confessa mai e il 20,7 lo fa a distanza di anni; il 23,7 ammette di non pregare mai e il 43,9 per cento, alla domanda se esiste qualcosa dopo la morte, risponde con un “non so” o un “non si può sapere” cui va aggiunto un 14,6 per cento per cui tutto finisce con la morte giacché, afferma deciso, l’aldilà non esiste.

Anche la partecipazione alla Messa domenicale diminuisce. Dice di prendere parte alla celebrazione eucaristica, con regolarità, tutte le settimane, il 26,5 per cento degli italiani. Era il 33 per cento a metà degli anni Novanta. Della Chiesa si apprezzano l’aspetto mistico e l’impegno caritativo, mentre si seguono selettivamente certe indicazioni, tralasciandone altre. Il 78,1 per cento degli italiani sente molto vicino a sé papa Wojtyla, il 71,2 Madre Teresa, il 66,8 i gruppi che operano nel volontariato, il 65,6 Padre Pio, il 52,1 la parrocchia, anche perché spesso è l’unico aiuto per arrivare a fine mese. Ma oltre il 70 per cento sostiene che si può essere buoni cattolici anche senza seguire le indicazioni della Chiesa in campo sessuale.

Più articolato il modo con cui si affronta la tragedia dell’aborto: per il 12,4 per cento è lecito in tutti i casi in cui la donna lo decide; per il 53,6 per cento potrebbe essere contemplato in caso di stupro, di grave rischio per la salute della mamma e di forte probabilità di grave malformazione del nascituro. A non ritenere mai lecito l’aborto, in nessun caso,è il 23,1 per cento degli italiani. Anche sull’ eutanasia l’Italia è sostanzialmente divisa in tre: il 37,3 per cento è favorevole, il 33,1 è contrario, il 29,6 è incerto. Complessivamente, risulta più attento al fenomeno religioso il Sud, seguito a distanza dal Nord, mentre le regioni del Centro sono più scettiche se non apertamente anticlericali.

Possiamo senz’altro dire che per molti italiani il cattolicesimo sia un affare troppo di famiglia per liberarsene a cuor leggero, o troppo intrecciato con le vicende personali per farne a meno nei momenti decisivi dell’esistenza. Un rapporto flessibile, selettivo, “su misura” è dunque la cifra prevalente dell’adesione di molti alla fede della tradizione. Un cattolicesimo con propri tempi e ritmi, in alcuni casi più orecchiato che vissuto, evocato anche da chi l’ha confinato in una“memoria remota”. La persistenza di questo cattolicesimo delle intenzioni o della forma (o anagrafico, o di famiglia) è il dato più paradossale dell’epoca attuale.

L’avvento del pluralismo culturale e religioso non produce necessariamente l’abbandono dei riferimenti di fede, anche se ne condiziona l’espressione. Come si può constatare da questo studio, oggi assistiamo in Italia a tante contraddizioni e confusioni, non solo sul piano politico ma anche sul piano della religiosità. Convivono secolarizzazione e voglia di sacro, crisi delle vocazioni e volontariato, fede dubbiosa e atei devoti, protagonismo della Chiesa e cattolicesimo su misura, “credenza senza appartenenza”. Alla Chiesa cattolica tocca rievangelizzare questa sete di sacro. Con rinnovati linguaggi e sapendo che tutto, oggi come ieri, si gioca sulla testimonianza personale dei suoi componenti, sacerdoti, religiosi, laici.

Ecco, allora, il perché dell’anno della fede, che ha avuto inizio giovedì 11 ottobre, a ricordo dell’inizio del Concilio, con il famoso “discorso alla luna” di Giovanni XXIII del 1962. Ed ecco il Sinodo della Chiesa di Nola che si interrogherà nei prossimi anni su come educarci ed educare alla vera fede, oggi, su questo nostro territorio, con questi immensi e atavici problemi sociali, con queste risorse, con queste gioie e con queste speranze.
(Fonte foto: Rete Internet)

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