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LA CAPPELLA SANSEVERO: NEL CUORE DI NAPOLI LO SCRIGNO DEL MISTERO

Tra i luoghi dell” “occulto” napoletani, nel centro della città, spicca la chiesa di Santa Maria della Pietà, meglio nota come la Cappella Sansevero, l”arcano tempio di uno scienziato folle eppur geniale.

È risaputo che a Napoli la superstizione (e a volte “o’munaciello”) è di casa, ma un luogo, in particolare, incarna l’endemico esoterismo della città partenopea, la Cappella Sansevero. Numerose le storie e le leggende che sono state alimentate, nel corso dei secoli, dalle credenze popolari della cultura napoletana e che oggi aleggiano sull’arcano edificio seicentesco, innalzato da Giovan Francesco di Sangro, primo principe di Sansevero, per grazia ricevuta, ossia come ex-voto, in seguito alla sua prodigiosa guarigione ad opera della sacra immagine della Madonna a cui si era rivolto.

Il dipinto, ora sull’altare maggiore, è di un anonimo artista napoletano di fine Cinquecento. Eppure si racconta che esso apparve, a quanto pare, ad un galeotto che si proclamava innocente lungo la via verso il carcere, proprio sulle mura del giardino dei di Sangro, nei pressi di Piazza San Domenico Maggiore; rivoltosi alla miracolosa effige il detenuto ottenne la scarcerazione. Il quadro è oggi conosciuto come la Madonna della Pietà (da cui la chiesa prende il nome) o, semplicemente, come la “Pietatella”.

Tuttavia, la maggior parte delle leggende che si narrano su questa fantomatica Cappella, sono legate all’eccentrica figura di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, discendente del miracolato Giovan Francesco, che nel corso del Settecento mutò radicalmente l’aspetto della Cappella stessa. Raimondo fu principalmente uno scienziato e un esponente dell’Illuminismo napoletano, ma anche un alchimista e un “iniziato” (o addirittura il Gran Maestro) della Massoneria partenopea. Più in generale, fu sicuramente una personalità ermetica. Era solito, infatti, ritirarsi nei laboratori sotterranei del suo palazzo per praticare le scienze di nascosto, lontano da occhi indiscreti, timoroso che le sue invenzioni venissero plagiate.

Proprio come inventore e scienziato, Raimondo era stato capace di stupire, sia a Roma che a Napoli, i salotti intellettuali dell’epoca e le corti locali, ma la sua scienza non fu sempre vista bene. Molti dei suoi esperimenti, spesso svolti su cadaveri umani o con parte di essi, crearono attorno a lui un velo di mistero. Il suo capolavoro letterario, la Lettera Apologetica, fu giudicato “una sentina di tutte le eresie” e messo all’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa cattolica. Un “maestro dell’occulto”, si direbbe, a cui si deve anche la riprogettazione settecentesca della Cappella di famiglia, uno dei più grandi capolavori della Napoli tardo-barocca.

Si tratta di un dettagliato programma iconografico ricco di simbolismo, al centro del quale è posto il celebre Cristo Velato (foto), opera dello scultore napoletano Giuseppe Sanmartino (1720-1793) la cui maestria fu invidiata dallo stesso Canova. Il Cristo giace deposto dalla croce, su di un letto, con accanto ancora la corona di spine, mentre un velo ricopre l’intera figura. La resa straordinaria di quest’ultimo elemento, interamente ricavato dal marmo grazie esclusivamente all’abilità dell’autore, ha spesso fatto ipotizzare, erroneamente, che il committente, scienziato e alchimista, avesse insegnato all’artista un qualche processo chimico di calcificazione dei tessuti.

Una teoria che non trova risconti sebbene, all’interno del percorso museale della Cappella, sia possibile ammirare anche le cosiddette Macchine anatomiche, due scheletri umani (un uomo e una donna) attorno ai quali è ancora perfettamente conservato, mediante un tecnica sconosciuta, l’apparato circolatorio. Quest’ultimo dovrebbe essere stato ricostruito, sin nei minimi dettagli, con materiali eterogenei da mano umana, ma non è escluso, per la straordinaria precisione, che le due “macchine” siano state realizzate, come narra la leggenda, iniettando delle sostanze chimiche nei corpi di due poveri servi.

Il principe di Sansevero fu un “indagatore dei più reconditi misteri della Natura”, come recitano le lettere in rilievo sulla sua lapide, realizzate anch’esse, stando ad alcune fonti, attraverso un procedimento chimico inventato dallo stesso Raimondo. La sua Cappella è oggi uno scrigno decoratissimo di opere d’arte, dove architettura, scultura e pittura contribuiscono, tutte insieme, a creare uno spettacolo unico, barocco, che fa di tutto l’edificio uno dei massimi capolavori dell’arte settecentesca italiana ed internazionale.

Ma, nonostante tutto, c’è ancora chi pensa che, tra quelle mura, il principe abbia commesso cose indicibili, malvagie e che dietro quelle figure, avvolte in sottilissimi veli e reti di pietra, si celino i volti di anime innocenti imprigionate per sempre nel marmo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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