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L’ elogio degli studi classici fatto da Umberto Eco. Senza offendere il liceo scientifico

La polemica contro il liceo classico risale agli anni ’70. “L’artificiosa” distinzione tra classico e scientifico. Gli studi classici, il mercato del lavoro, la creatività e l’innovazione. Le scelte di Olivetti. Le riflessioni di Niola.

Il sindaco di Ottaviano, usando in modo non corretto un nesso già di per sè infelice, “offerta formativa”, stava per scatenare tra Licei e tra Comuni una guerra che per fortuna è stata bloccata dopo la prima mischia: restano però sotto il fuoco dei commenti il Liceo Classico ” A. Diaz” e gli studi classici. Partiamo da questi. Del Liceo Classico ” A.Diaz” parleremo a lungo, deis iuvantibus, in settimana.

Propongo all’ attenzione dei lettori un articolo di Umberto Eco, che si intitola ” L’elogio del classico”, e che è stato pubblicato dall’ ” Espresso ” il 10 ottobre 2013. Il geniale semiologo giudica ” artificiosa” la distinzione tra liceo classico e liceo scientifico, e ritiene che questo “artificio” potrebbe essere agevolmente superato se il liceo classico andasse oltre il modello disegnato da Giovanni Gentile, ” che poco aveva compreso delle scienze”, e destinasse più spazio alla matematica e alle lingue contemporanee. La riflessione è importante: non bisogna tuttavia dimenticare che scienziati italiani di grande nome hanno frequentato licei classici rigorosamente rispettosi del modello gentiliano e che “italianisti” e filosofi di valore vengono dai banchi dei licei scientifici.

Anche in questi giorni è stato detto e ripetuto che il calo di iscrizioni ai licei classici è “fisiologico” – questa parola attrae forse perchè sa di scienza -, e che il liceo scientifico risponde meglio del classico alle imperiose richieste del mercato del lavoro. Quando, sul finire degli anni ’70, e come risposta ai ribelli del ’68, colpevoli di pensare e di parlare troppo, partì l’attacco contro gli studi classici, si usò un argomento più “alto”: gli studi classici vennero accusati di essere classisti, ora di un classismo di partenza: frequentano il liceo classico solo i figli di papà, ora di un classismo di arrivo: chi frequenta il liceo è destinato a diventare un conservatore reazionario o uno scapestrato terrorista, insomma un nemico della democrazia. Ci sarebbe da ridere, ancora oggi, se quell’attacco non fosse stato il primo atto di un piano che mirava a demolire i cardini della scuola pubblica. Ripeto: della scuola pubblica.

” Se si pensa all’università, il classico offre la possibilità di fare qualsiasi facoltà, ingegneria compresa, e quindi il problema non esiste, ovvero si sposta sugli sbocchi professionali dopo l’università, ed è certo che forse diventare dentista piuttosto che professore di filosofia apre maggiori possibilità di comperarsi una barca. Ma so di gente laureata in lettere che ha fatto grandi carriere, in banca e alle massime magistrature dello Stato, si veda, tanto per dirne una, Ciampi. Pertanto nasce il sospetto che la differenza non sia tra l’educazione classica e quella no, bensì tra avere la testa di Ciampi o quella di qualcun altro”. Così scriveva Umberto Eco l’anno scorso. E ricordava che Adriano Olivetti assumeva non solo dei bravi ingegneri, ” altrimenti i computer non li avrebbe mai costruiti”, ma anche dei laureati in lettere classiche. Li mandava a lavorare in fabbrica, da operai, per sei mesi, e poi li “metteva a lavorare ai grandi progetti, o addirittura all’amministrazione”.

Olivetti aveva capito che gli servivano non solo tecnici in grado di disegnare, montare o riparare all’istante una macchina, ma anche gli intellettuali “immaginativi”, capaci di intuire come sarebbe stato il mondo il giorno dopo. A metà degli anni ’90, quando fu chiaro che il capitalismo si avviava a modificare le forme e le regole dei sistemi di produzione, e che i giovani il lavoro se lo dovevano creare, perchè non avrebbero più trovato i “posti” belli e pronti, i giornali, anche quelli di settore, sostenevano che nella “creazione” era avvantaggiato chi aveva frequentato il liceo classico. Lo pensa anche Eco: ” Chi ha fatto buoni studi classici, se non è forse capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani e forse capace di idearne alcuni”.

Il giorno successivo a quello in cui fu pubblicato l’articolo di Eco Marino Niola, noto antropologo, diede, sul “Venerdì di Repubblica”, la notizia che il sindaco di Londra proponeva di introdurre l’insegnamento del latino nelle scuole pubbliche, ritenendo che non fosse giusto riservare lo studio delle lettere classiche solo ai privilegiati che frequentavano le scuole private. Anche l’ American Academy of Arts and Sciences e molti manager americani pensavano che le lauree umanistiche fossero ” un criterio preferenziale nella selezione dei quadri medio- alti”. Commentava il Niola: ” Invece l’Italia, culla dell’umanesimo, ha dissipato la sua eredità per seguire un modello tecnicistico tarato sulle tendenze e i capricci di breve momento dell’economia. Così mentre la realtà si fa sempre più complessa, gli strumenti per comprenderla diventano sempre più rozzi. E ai nostri ragazzi viene negato quel long life learning, quell’imparare per la vita che sarà sempre più indispensabile in un mondo che chiede mobilità, flessibilità, capacità di orientamento e di innovazione, più che una specializzazione secca”.

Imparare per la vita e capacità di innovazione: penso che siano i cardini dell’intera questione. Penso, ovviamente, che tutti gli istituti scolastici siano un patrimonio per il territorio. Cosa il Liceo “A. Diaz” può ancora dare a Ottaviano e al territorio vesuviano? Alla prossima.

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