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Tanto comico in tv quanto riflessivo in privato. L’attore e cabarettista napoletano del fortunato format in seconda serata su Rai 2 svela i segreti della sua arte.

Come nascono i tuoi personaggi?
«Mi guardo intorno, faccio attenzione agli atteggiamenti, ai comportamenti, soprattutto al carattere delle persone. Gli aspetti predominanti mi incuriosiscono, li elaboro e dallo studio nasce il personaggio. Sulla scia di Totò, il quale era un grande caratterista».

Cosa hai dovuto modificare per arrivare bene al pubblico?
«Il dialetto. Nelle tv locali campane l’espressione napoletana è perfettamente compresa, mentre l’esperienza nazionale insegna che per arrivare agli spettatori di Milano, ad esempio, è necessario italianizzarla. Si tratta di un lavoro aggiunto, che nel tempo diventa solo questione di abitudine».

Quanto ti servi della gestualità per coinvolgere gli altri?
«In realtà cerco di non utilizzarla molto, considerato che azioni veloci e continue potrebbero essere causa di nervosismo per chi vede e ascolta. In più, il pubblico potrebbe giudicare il soggetto che fa abuso di tale atteggiamento non capace di autocontrollo, quindi questo meccanismo potrebbe risultare controproducente per l’attore».

Ti senti rappresentante di un perbenismo comico? Che ne pensi della nuova comicità?
«Diciamo che le espressioni che uso fanno di me un moderato: non amo trascendere, non mi piace dare spazio alla volgarità per una risata. Spesso la nuova comicità si adegua alla società, che offende per nulla, insulta mortificando il buonsenso. È fondamentale ascoltare ciò che è diverso da noi per dar voce ad una evidente evoluzione, ma bisogna andarci piano».

La comicità è davvero libera come sembra?
«Come tutte le arti è libera, di pensiero. Il confine non sta negli altri, ma in noi stessi. Anche per raccontare una barzelletta bisogna rispettare alcune regole. Mi viene in mente un altro esempio: la finta improvvisazione. Sul palco posso sembrare particolarmente spontaneo, invece ho calcolato tutto per ottimizzare la performance. Una tecnica cara a Massimo Troisi».

Le battute di successo su cosa si basano?
«In genere sulle tragedie. L’esasperazione di un fatto conduce alla risata. È oggettivo che a Napoli abbiamo problemi con le aree destinate al parcheggio delle auto, per cui si trova il coraggio di dire che per la ricerca di un settore libero dedicato alla sosta del veicolo occorrono «sette ore». Insomma si gioca con le parole sulla base delle reali difficoltà quotidiane».

La comicità napoletana ha una marcia in più?
«Di certo, in termini di simpatia e coinvolgimento, esercita un forte ascendente sul pubblico. Come si può negare il fascino partenopeo?».

Cosa ricorda la gente degli sketch, secondo la tua analisi personale?
«I tormentoni. Basti pensare all’intramontabile «Ma mi faccia il piacere!» di Totò o alla «paizza» di Paolantoni. Restano impresse le espressioni che si ripetono spesso. Rispetto al passato sono cambiate alcune cose importanti nel nostro ambiente: prima ai comici veniva dato molto tempo per presentare il loro prodotto, oggi in due minuti ci chiedono di riassumere tutto. Le esigenze televisive impongono parametri precisi da osservare e incidono sul nostro modo di fare comicità».

L’amicizia con Siani quanto è stata importante per la tua carriera?
«Devo molto ad Alessandro. Ci conosciamo da anni: nell’ottobre ’95 facevo parte del trio «Teandria» e lui di un altro, «A testa in giù», che si divise prima del mio. Erano trascorsi sei mesi dal momento in cui mi ero distaccato dal gruppo e Alessandro mi ha riportato all’interno di questo fantastico mondo, quando ormai la mia vita sembrava aver preso una direzione diversa. Siamo sempre stati in contatto, poi nel 2006 insieme in «Ti lascio perché ti amo troppo», nel 2007 in «La seconda volta non si scorda mai», nel 2013 nel suo film, «Il principe abusivo».

Cosa o chi ti fa ridere?
«Mia figlia. La sua spontaneità è disarmante».
(Foto di Giuseppe Mirko D’Onofrio)