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Con questo secondo appuntamento continuiamo gli approfondimenti sul Parco del Vesuvio. Stavolta, tocca al politico Capasso; in precedenza, abbiamo ascoltato il tecnico Rinaldi.

Continuando nel nostro viaggio conoscitivo all”interno della realtà del Parco Nazionale del Vesuvio ci soffermiamo stavolta su un contesto diverso da quello dirigenziale, già toccato in precedenza con l”intervista al Direttore Rinaldi. Ci inoltriamo quindi nel mondo, talvolta contrapposto, della realtà delle amministrazioni locali. Abbiamo scelto di porre le nostre domande a colui che, per incarichi ricoperti e attività svolte, può rappresentare a pieno la categoria delle comuni vesuviani, il sindaco di San Sebastiano al Vesuvio, Giuseppe Capasso.

Sindaco Capasso, nella sua esperienza di presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio e già membro del Consiglio Direttivo dell”Ente Parco può illustrarci a larghe linee e dal punto di vista delle amministrazioni locali la situazione attuale del nostro vulcano?
“Ad ormai dieci anni dalla sua istituzione il Parco ha compiuto una parte della sua missione ovvero quella di essere conosciuto ed essere accettato. Sembrano due cose scontate ma in realtà non lo erano fino a dieci anni fa quando il Parco veniva immaginato come una sovrastruttura fatta apposta per calare ulteriori vincoli sul territorio. In realtà un”area protetta non può che porsi l”obiettivo della tutela, e dunque i vincoli ci sono, ed è giusto che ci siano, ma va anche detto che il Parco del Vesuvio, oltre alla salvaguardia, ha un altro obiettivo che è quello che ha fatto si che le comunità locali e le amministrazioni comunali si “affezionassero” all”idea di parco, quella della valorizzazione del Vesuvio e la sua parte pedemontana. Da questo punto di vista credo che il Parco abbia fatto davvero abbastanza poichè grazie ad esso abbiamo investito importanti risorse in questi dieci anni, impiegando fondi europei e dando un primo assaggio di quello che un”area protetta può fare per migliorare la qualità urbana, per avviare interventi di riqualificazione urbanistica e per dare regole certe nella tutela e per far si che questi comuni assomigliassero ad un parco nazionale, o a quello che ci si aspetta da esso. Certo è solo l”inizio però è un”importante e salutare inversione di tendenza. I tredici comuni che compongono il Parco, che ricordo è tra i più antropizzati al mondo, prima ragionavano da comuni dell”area metropolitana di Napoli, ora invece si è sviluppato uno spirito d”appartenenza, come se questi avessero trovato un”identità, e attraverso questa è stato possibile dar luogo a opportunità di tutela e sviluppo che incominciano a delinearsi sul territorio. Il primo progetto integrato è andato molto bene, dal punto di vista della quantità della spesa; è giusto che rimanga opinabile la qualità, perchè si può fare sempre più e meglio però, per quanto attiene ai fondi europei, uno dei vulnus della Regione Campania, si riesce a impiegarne purtroppo molto pochi. Nel caso del Parco del Vesuvio questo non è accaduto, proprio perchè c”è stata coesione istituzionale nel partenariato, in particolare tra i comuni. Adesso siamo impegnati in ulteriori attività che potranno fungere da volano per il turismo rurale e l”agricoltura attraverso l”impiego delle risorse del PIRAP (Progetto Integrato Rurale per le Aree Protette, ndr.) il progetto integrato per l”agricoltura; nei giorni scorsi (14/10/2009, ndr.) è stato firmato un importante protocollo d”intesa tra i tredici comuni, l”Ente Parco e la Provincia di Napoli. Siamo anche impegnati per avviare in questi giorni la fase due dell”impiego dei fondi europei attraverso quello che ci è sembrato naturale fare, un accordo di reciprocità, così l”ha voluto definire la Regione Campania, cioè una capacità di stare insieme per definire e perseguire gli obiettivi comuni. Il Parco oggi è una realtà che deve guardare al futuro, da questo punto di vista ci sono delle difficoltà, si sente infatti parlare di soppressione degli enti di gestione, quindi tutto tornerebbe nelle mani del Ministero dell”Ambiente, anche se credo che i parlamentari che pensano o formulano queste proposte di legge, sia pure in buona fede, per aumentare l”efficienza della pubblica amministrazione, riducendo le sue strutture periferiche, commetterebbero in questo caso un errore perchè gli enti parco hanno dimostrato, non solo in questo caso, di lavorare bene, influenzando positivamente i cittadini, coinvolgendoli nella tutela del territorio. Abbiamo visto che con l”Ente Parco, i grandi fenomeni, purtroppo tipici dell”area napoletana, come abusivismo edilizio e tutte le altre forme di inciviltà e di mancato rispetto del territorio incominciano ad avere anch”esse un”inversione di tendenza. Non che non si costruisca più abusivamente o che di colpo i napoletani siano diventati assolutamente virtuosi e amanti della natura ma certo il Parco è servito per migliorare la condizione di partenza”.

In un articolo dell”Ora Vesuviana (versione digitale del 05/04/2009) e sul Mattino (del 03/04/2009 a pagina 42) sono state pubblicate alcune sue affermazioni su una plausibile elevazione dei solai per ridurre l”abusivismo edilizio e riavviare l”economia locale, anche in virtù delle disposizioni governative del piano casa e il conseguente aumento delle cubature contemplate dalla suddetta normativa. Se ciò fosse confermato, non crede che sia in antitesi con le disposizioni regionali in materia di incentivazione allo spopolamento della zona rossa? Non ritiene opportuno indirizzare l”attenzione verso altri settori imprenditoriali come il turismo o la tutela dei prodotti tipici per riavviare l”economia del Vesuviano?
“La proposta, o per meglio dire la provocazione che feci tempo fa, era la possibilità di realizzare dei sottotetti. Il sottotetto doveva essere qualificato come non accatastabile e quindi non concorreva all”accrescimento del patrimonio immobiliare dei singoli e avrebbe, qualora approvato, una condizione di blocco per attività future, perchè quando su un”abitazione c”è un “tappo” è difficile pensare che quando arrivano i figli o i nipoti questi possano pensare a sopraelevare indiscriminatamente. Inoltre avrebbe conferito agli edifici un importante valore paesaggistico, tanto è vero che l”ipotesi, formulata e poi censurata, prima ancora di capire di cosa si trattava, aveva il pregio di obbligare i cittadini vesuviani non solo alla classificazione estetica del proprio fabbricato ma adeguarlo alle norme sismiche, cosa che in quest”area non è assolutamente scontata visto che si tratta di un”edilizia piuttosto vecchia e realizzata appunto senza le necessarie autorizzazioni e quindi dal punto di vista sismico assolutamente inidonee”.

È quindi possibile adeguare i vecchi fabbricati o quelli non a norma?
“Lo scopo della “premialità”, chiamiamola così, era dato essenzialmente dall”adeguamento al rischio sismico, anche per quelli non in cemento armato”.

C”è quindi questa possibilità?
“Non c”è assolutamente, era una proposta che non è stata accolta, vedo anche nella formulazione del piano casa in corso d”approvazione alla Regione, la zona rossa rimane congelata. Il che va bene, in questo modo vorrà dire che si porrà un freno all”incremento demografico, ma è anche vero che quando c”è una norma, per quanto severa essa sia, è anche necessario attuare i necessari controlli. La proposta che io facevo aveva certamente molti difetti ma certamente il pregio di porre un limite, anche in un futuro, che noi speriamo piuttosto lungo, alle tentazioni di sopraelevazione e superfetazione. Quindi una proposta assolutamente calibrata e che non avrebbe di fatto determinato nessun incremento demografico se non una riqualificazione dei volumi esistenti e un adeguamento sismico. A fronte della possibilità di realizzare un sottotetto il proprietario avrebbe dovuto impegnarsi ad adeguare sismicamente la sua abitazione, ma ormai è storia vecchia, poichè questa possibilità non è data. Bisogna inoltre evitare che altri strumenti che hanno come proposito di garantire la decompressione dell”area vesuviana non diventino uno spreco di risorse come è accaduto con il bonus dato ai residenti che accettavano di allontanarsi dall”area vesuviana. Noi abbiamo bisogno, per ridurre il carico antropico, di riqualificare sempre più il tessuto urbano, di puntare a una maggiore qualità della vita, rispondendo a tutti quelli che immaginano invece, attuando un terrorismo psicologico e mediatico, che così facendo l”area possa “desertificarsi”, cosa che non avverrebbe poichè, al contrario, si otterrebbe un aumento del carico antropico, come è dimostrato ormai ovunque; dove nelle aree che non hanno un proprio tessuto connettivo dal punto di vista sociale, economico, che non hanno una propria identità territoriale, trova facile rifugio tutto il disagio umano, sociale, abitativo che c”è in giro. Quindi diventerebbe, l”area vesuviana, qualora noi non continuassimo a investire sulla sua riqualificazione, un refugium peccatorum, dove l”edilizia preesistente non verrebbe nè demolita nè ignorata, e magari tanti disperati potrebbero sceglierla per venirci a vivere accettando il rischio immanente del Vulcano a fronte di una precarietà abitativa”.

In un parco nazionale è fondamentale mantenere bassi i limiti di emissioni nocive all”ambiente e contenere gli effetti della massiccia antropizzazione che gravita intorno al cratere. San Sebastiano sembra uno dei pochi baluardi a far fronte all”alto tasso d”inquinamento del Napoletano e soprattutto sembra esserlo per la gestione dei rifiuti, ma vorremmo conoscere il percorso della locale gestione della differenziata per capirne il successo.
“È difficile mantenere bassi i limiti di emissioni inquinanti in una zona a così alta concentrazione demografica; esistono, all”ombra dl Vesuvio, comuni di pochi chilometri quadrati con un alto numero di abitanti, e quindi di automobili, che mal si concilia con l”habitat di un”area protetta. San Sebastiano negli anni ha fatto questa scelta di restare piccolo, stiamo diminuendo sempre più, in modo non significativo, ma indicativo della nostra volontà di farne un”area protetta, nel senso che il tasso d”inquinamento rimane contenuto, le aree a verde sono in buon rapporto rispetto all”edificato. Di recente abbiamo ricevuto un importante riconoscimento, nella provincia di Napoli, siamo l”unico comune individuato a ruralità prevalente. Vale a dire che le aree edificate sono minoritarie rispetto a quelle che ancora non lo sono e ci collocano al vertice della classifica provinciale. Per quanto riguarda la raccolta differenziata per noi è stata una scommessa, iniziata prima ancora dell”obbligo di legge, quando i comuni non erano minacciati dal commissariamento in caso d”inadempienza. Noi abbiamo ritenuto di doverla fare perchè San Sebastiano si presta particolarmente, un po” per ragioni urbanistiche un po” per la qualità delle persone che vi abitano, che certamente attendevano questa proposta organizzativa da parte del comune. I cittadini hanno risposto piuttosto bene, il che ci ha permesso di rispettare le tabelle di marcia, abbiamo iniziando con una modalità semplice, con pochi sacchetti, con delle macro-frazioni e adesso stiamo rispettando il programma con una raccolta molto più selettiva. È un investimento che dimostra quanto a Napoli e provincia, dopo la grande crisi dei rifiuti, sia possibile investire in civiltà ma dove c”è l”amarezza di sapere che la raccolta differenziata quando è fatta bene dai cittadini finisce per costare di più e questo non è possibile è una contraddizione, non si può far pagare in più ai cittadini una virtù, bisogna far pagare di più i difetti, le colpe, i peccati, la trasgressione, non certamente la virtù! Non è una considerazione di ordine morale ma l”amarezza di constatare che per smaltire una tonnellata di “umido” è necessario oggi spendere duecento e passa euro per l”indisponibilità di impianti di trattamento della frazione organica nella regione. Non possiamo, nei momenti di crisi, bloccare il ciclo perchè significherebbe la fine della raccolta differenziata come sta accadendo in molti comuni, che dopo essere partiti di buona lena, oggi si ritrovano in una condizione di sostanziale fallimento. Raggiungere poi livelli consistenti di raccolta differenziata è una cosa difficile ma non impossibile, ma poi mantenerli è ancora più impegnativo. Noi continueremo in questo sforzo, faccio un esempio, tutto ciò che è in strada nel Mezzogiorno rappresenta un forte attrattore del cosiddetto talquale. Quindi, da questo punto di vista, bisogna investire in controlli e sanzioni ma bisogna prendere anche atto che l”immondizia deve essere collocata il più vicino ai luoghi di produzione. Nel prossimo futuro noi toglieremo anche le campane per il vetro provvedendo con un altro sacchetto o molto più probabilmente un secchio”.

Non sarebbe opportuno insistere con maggiori controlli e sanzioni?
“Abbiamo sanzionato trentasettemila euro di multe, ma neanche la vessazione può essere uno strumento di persuasione, è preferibile l”educazione”.

Inoltre, sempre nell”ottica della salvaguardia ambientale, la pregevole iniziativa della centrale fotovoltaica di via Panoramica Fellapane, sembra essersi arenata in un incompiuto michelangiolesco; la data di consegna dei lavori era prevista per il novembre 2007, cosa può dirci a riguardo?
“Per quel che concerne la centrale fotovoltaica, sta funzionando, non l”abbiamo ancora inaugurata in attesa dei primi dati certi di produzione d”energia. Stiamo inoltre tarando un contatore bidirezionale (biorario) che fa ancora un po” di “bizze” e vorremmo inaugurarla con dei dati più precisi. Abbiamo scelto una formula che non è molto innovativa perchè la tecnologia non è ancora matura, nel senso che noi produciamo energia e la rivendiamo all”ENEL e poi acquistiamo, in maniera convenzionale, dalla stessa; quando la vendiamo però, per legge, la famosa 56 (Deliberazione 9 maggio 2008-ARG/elt 56/08, ndr.), viene pagata il triplo del prezzo di costo. Nella prossima primavera potremmo fornire ai cittadini dei dati di quanto ci ha fatto risparmiare e fare un programma di implementazione del fotovoltaico. Anche qui subentra un problema di educazione, siamo stati inseriti inutilmente nel progetto “Cento comuni per cento progetti” con un programma di incentivi per l”incremento degli impianti fotovoltaici sui garages, ma non abbiamo avuto molte domande, il che significa che dobbiamo investire molto più sull”informazione. Certo è che il fotovoltaico non è più il futuro ma il presente, quindi dobbiamo dare un piano coordinato anche qui con l”Ente Parco e con la Sopraintendenza perchè i pannelli non sono bellissimi, ma neanche si può accettare che questa tecnologia, che tanti vantaggi dà sul piano economico e sul piano ambientale, debba cadere proprio sotto la scure di quegli enti che lo devono tutelare”.

Infine, può esprimerci la sua opinione sulle discariche vesuviane, e in particolar modo il destino dell”Ammendola-Formisano?
“Le discariche andrebbero bonificate, a spese degli interessati; per quanto riguarda l”Ammendola-Formisano, siamo riusciti a non farla rientrare nel novero di quelle discariche che si stanno riaprendo nel Parco come Terzigno, e questa la consideriamo al momento come una battaglia vinta. La si era infatti attrezzata con un”impermeabilizzazione per ospitare non solo i rifiuti di Ercolano che impudentemente li ha stoccati durante la sua emergenza, ma per ospitare anche altri milioni di metri cubi di rifiuti. Questo è inaccettabile e bisogna pensare ad una sostanziale bonifica. Non sono in verità molto ottimista, nel senso che la vera bonifica coinciderà con la rinaturalizzazione. Per fortuna la natura, anche se in tempi molto lunghi, si riapproprierà dell”ambiente”.

È comunque da tenere in conto l”esempio negativo che dà quello che viene definito ancora oggi sito di stoccaggio provvisorio e che provvisorio non lo è più. Per personale costatazione la zona in questione è soggetta a sversamenti abusivi continui che, puntualmente, a cadenza annuale vengono dati alle fiamme come è accaduto questa e l”estate scorsa con conseguenze nocive per la comunità.
“Credo che la strategia più efficace sia quella di chiudere gli accessi, anche a costo di creare problemi agli agricoltori, creare un meccanismo di responsabilità tra chi possiederà le chiavi di questi eventuali cancelli. Quindi c”è bisogno di un”azione sinergica, con controlli e chiusura dei varchi, perchè è certo che non ci possono arrivare se non con dei mezzi per scaricare, facendovi anche fronte soprattutto con un”anagrafe di coloro che posseggono fondi in queste aree e che si assumano la responsabilità della tenuta di questa “barriera””.
(Nella foto il Comune di San Sebastiano al Vesuvio)

L”INTERVISTA AL DIRETTORE DEL PARCO DEL VESUVIO