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Ho regalato la Costituzione ai miei alunni:

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Singolare iniziativa di un maestro precario che in una lettera-denuncia manifesta tutta la sua amarezza per la condizione di precario.

In questi lunghi anni di crisi economica la perdita di centinaia di migliaia posti di lavoro è lo specchio opaco e triste di un occidente che ha bruciato se stesso alla ricerca del sogno liberista e dell’arricchimento senza regole.

Il lavoro che si perde fa svanire le certezze che faticosamente costruiamo nella nostra vita. Una società è tale allorquando cementa lo spirito di collettività attraverso il collante rappresentato dal lavoro. Esso non è solo un valore imprescindibile sancito dalla nostra Carta Costituzionale, è l’essenza stessa della società, l’intrinseco agglutinante che alimenta le fondamenta di questo Paese e di qualsiasi nazione che voglia definirsi democratica o semplicemente normale. La conquista del lavoro accompagna l’evoluzione umana come una sorta di darwinismo societario. Attraverso esso si rende appieno l’emancipazione umana e l’affrancamento dalla subalternità di classe. Oggi è tutto così ondivago, tutto così maledettamente insicuro.

Il lavoro sembra una chimera irraggiungibile per molte fasce della sociètà occidentale e, per altri, un traballante otto volante dal quale puoi essere eiettato in qualsiasi istante. Un Moyen Âge selvaggio e svilente. Un maestro elementare ha scritto al Presidente della Repubblica per palesare il suo malessere interiore e per gridare tutta una disperazione covata nelle viscere dalla precarietà. La lettera è apparsa sul “Fatto Quotidiano” qualche giorno fa. Il nostro maestro il 30 giugno, ultimo giorno di lezione per la scuola primaria e ultimo giorno di contratto per i docenti a tempo determinato, ha appeso il “gesso al chiodo” ritornando nello status poco invidiabile di docente precario.

Condivide questa situazione con circa altri centomila colleghi che si vanno ad aggiungere agli oltre tre milioni di italiani che in questo momento sono senza lavoro. Personale pluriabilitato e con un profilo culturale elevato si ritrova per mesi e mesi “a spasso” ad attendere una nuova chiamata. Il maestro con una lucidità puntigliosa elenca a Giorgio Napolitano i dati del problema precarietà:

Mi permetto di illustrarglieli: secondo i recenti numeri della Flc Cgil attualmente i posti in organico di fatto, cioè con durata fino al 30 giugno, sono 76.407, di cui 13.260 ATA e 63.147 docenti. L’andamento storico di questi posti negli anni è costante. Ciò vuol dire che essi servono per coprire esigenze stabili dell’amministrazione, quali ad esempio i posti per il sostegno agli alunni con disabilità o la presenza di almeno un collaboratore a plesso. Stabilizzarli costa in media 150 euro (lordo stato) in più l’anno a posto, ma il beneficio sulla qualità del servizio e delle persone sarebbe enorme e in termini di prestazione lavorativa e di stabilità di programmazione. Senza contare che il Miur risparmierebbe le spese legali a cui spesso viene condannato dai giudici per abuso dei contratti a temine. Pensi che il risparmio dell’amministrazione tra un contratto al 30 giugno e uno al 31 agosto è di sole 150 euro.”

Mi ha colpito, oltre lo sconforto del resoconto, una frase poetica: “Sono cresciuto con il poster di Sandro Pertini in camera. Ma ora faccio fatica a guardare la sua foto appesa a scuola”. Il Presidente Partigiano che sembra l’immagine di un Paese che non esiste più. Un Paese che, nonostante gli anni difficili e le lotte di classe, aveva la forza della Resistenza che scorreva ancora nelle vene e la speranza di un domani migliore che veniva dalla miseria delle macerie. La foto di oggi, invece, sembra l’ipostasi di un’Italia fatta di scandali e sprechi che invece di costruire certezze alimenta precarietà e ingiustizia sociale. Al suono dell’ultima campanella, il maestro ha messo nelle mani dei suoi piccoli alunni una copia della Costituzione come monito e come segnale di speranza.

Certo è uno sfogo. Ma è uno sfogo che deve far riflettere. Nella scuola ogni giorno proviamo a costruire certezze attraverso la cultura. Cerchiamo di edificare cittadinanze attive con l’acquisizione di contenuti culturale ed educativi. Spesso lo facciamo con colleghi che, paradosso, non hanno certezze esistenziali derivanti dal lavoro stabile.
(Fonte foto: Rete Internet)

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