L’analisi dei flussi commerciali nella regione mediterranea mostra l’esistenza di forti squilibri tra i Paesi del bacino e conferma la resistenza di una dinamica centro-periferia.
La geografia del commercio internazionale è utile per comprendere la distribuzione delle attività produttive e le specializzazioni regionali. L’analisi dei flussi dice molto sulla salute delle economie regionali e sui fattori che condizionano la competitività e determinano il ruolo di un Paese nello scacchiere globale; queste considerazioni valgono in particolare per un’area dai forti squilibri come il Mediterraneo.
I Paesi mediterranei dell’Unione Europea fanno la parte del leone sia per le esportazioni sia per le importazioni; non solo assorbono la maggior parte dei flussi dell’area ma giocano anche un ruolo importante alla scala globale. Francia, Italia e Spagna dominano nelle classifiche regionali sul movimento delle merci e dei servizi, con l’unica incursione della Libia sul versante delle esportazioni (idrocarburi).
Negli ultimi quindici anni i flussi di esportazioni ed importazioni nella regione mediterranea sono aumentati più velocemente rispetto alla media globale, ma questi incrementi hanno ampliato i divari territoriali. I Paesi europei e alcune economie asiatiche (Turchia, Israele) coprono la parte più consistente della crescita, mentre continuano a perdere posizioni le economie nordafricane. Gli ultimi movimenti dipingono ancora una dinamica centro-periferia nell’area mediterranea.
Le cifre mostrano aumenti soprattutto nelle economie già forti, mentre manca ancora una differenziazione delle esportazioni nei Paesi asiatici e africani dove si registrano valori positivi. Nell’Africa del Nord, Marocco e Tunisia presentano un sistema più diversificato; la Tunisia ha comunque una presenza ancora debole sullo scenario mediterraneo, con un ruolo essenzialmente legato all’assemblaggio e alla successiva esportazione di prodotti tradizionali.
L’Algeria e la Libia dipendono quasi totalmente dagli idrocarburi (98 e 95% delle esportazioni), con un settore privato inesistente. L’Egitto e la Turchia sono le economie più mature della sponda meridionale ed orientale; in particolare la Turchia ha provato negli ultimi anni ad inserirsi anche nel mercato dei servizi e denota un grado di apertura molto elevato, nonostante alcuni prodotti tradizionali (tessile) rappresentino ancora la maggior parte delle esportazioni. Siria e Libano, per motivi politici, restano le economie più deboli dell’area, sebbene il Libano stia cercando di tornare agli antichi fasti di importante centro di servizi, in particolare nel turismo e nella finanza.
La situazione dei Paesi europei balcanici è complessa. Slovenia e Croazia hanno gli apparati produttivi più solidi e sono in continua crescita sui mercati internazionali grazie soprattutto all’offerta turistica; per entrambe l’Unione Europea rappresenta un mercato fondamentale e una tappa necessaria per il completamento di una transizione, già ben avviata, verso apparati economici più solidi. Albania, Bosnia e Serbia – sebbene con prospettive e in modi diversi – occupano posizioni assai marginali sui mercati mediterranei e globali.
La dipendenza dagli scambi regionali è un’altra variabile interessante nell’analisi dei flussi. La Spagna dipende per quasi la metà dei suoi scambi da altri Paesi mediterranei, situazione che ritroviamo in economie più deboli come Libia e Algeria. Anche alcuni Paesi balcanici – Croazia, Albania – hanno una dipendenza accentuata dai mercati euro-mediterranei (l’Italia ha un ruolo importante per entrambe).
I Paesi periferici del Mediterraneo (nordafricani, asiatici e balcanici) presentano una situazione simile: scambi tendenzialmente fitti con i Paesi forti della sponda nord e, in alcuni casi, con altri partner europei non mediterranei e una quota molto bassa di scambi reciproci. Spicca l’anomalia israeliana: flussi ridotti al minimo con gli altri Paesi mediterranei (forti o deboli) e relazioni “preferenziali” con gli Stati Uniti.
In questo scenario mediterraneo, gli investimenti diretti esteri – destinati alla creazione di imprese – possono giocare un ruolo importante. Negli ultimi quindici anni questi investimenti sono cresciuti in tutto il bacino, soprattutto nei Paesi europei; i mercati asiatico ed africano, sebbene in leggera crescita, restano estranei ai grandi investimenti dall’estero, presentando delle situazioni economiche, politiche ed infrastrutturali ancora poco “attraenti”: il basso costo della manodopera, da solo, non basta ad invogliare le imprese straniere.
Anche questi dati ribadiscono l’esistenza di un centro forte (Paesi UE+Israele) e di una periferia arretrata che presenta comunque situazioni diverse. La sponda africana e quella asiatica non riescono ad attrarre quegli investimenti necessari per il rilancio delle economie nazionali, sia per problemi strutturali sia per le vicende politiche, mentre i Paesi balcanici possono contare su rapporti più stretti con l’Unione Europea e sulle prospettive di adesione (già concretizzatesi per la Slovenia).
Nonostante i progetti e gli investimenti, nel Mediterraneo è ancora forte una dinamica centro-periferia, dove il dato preoccupante non è solo la dipendenza dell’una dall’altra ma anche l’assenza di relazioni economiche reciproche tra Paesi africani e asiatici.
(Fonte Foto:Rete Internet)




